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Certamen Natalizio

In un mondo in cui i divertimenti si inseguono in discoteca o scambiando i soliti vuoti discorsi o battute, Braini Giulio, come ogni inverno cade la neve, in questa cupa stagione sciorina la sua solita valanga di parole sul significato di essere “Classici”; quest’anno però alla Redazione di “Scripta Manent” invia anche il frutto del lavoro dei vostri due affezionati logofagi, che si sono cimentati in un certamen-fatto-in-casa di traduzione dal Greco al Latino da sbattere sul muso a questi tempi tristi, dove pure i Governi si sono resi conto che i giovani, più che in un ideale –Antenati, Carte di Diritti o Patria!-, è meglio credano in niente, così da esser meno rumorosi e più inclini allo shopping. La resa dei conti a braccio di ferro tra i due impavidi è un testo tratto a caso dall’oscuro Tucidide da volgere dal Greco al Latino con la negata Benedizione dei nostri Angeli Protettori Giacomo e Paolo: a patto che qualcuno abbia il fegato in queste vacanze di rispolverare un po’ di Latino, si discerni chi sarà il campione tra Chiesi e Braini!

Giulio Braini

Tucidide 6.10.1-5

IL DISCORSO DI NICIA SULLA SPEDIZIONE IN SICILIA

1. φημὶ γὰρ ὑμᾶς πολεμίους πολλοὺς ἐνθάδε ὑπολιπόντας καὶ ἑτέρους ἐπιθυμεῖν ἐκεῖσε πλεύσαντας δεῦρο ἐπαγαγέσθαι. 2. καὶ οἴεσθε ἴσως τὰς γενομένας ὑμῖν σπονδὰς ἔχειν τι βέβαιον, αἳ ἡσυχαζόντων μὲν ὑμῶν ὀνόματι σπονδαὶ ἔσονται (οὕτω γὰρ ἐνθένδε τε ἄνδρες ἔπραξαν αὐτὰ καὶ ἐκ τῶν ἐναντίων), σφαλέντων δέ που ἀξιόχρεῳ δυνάμει ταχεῖαν τὴν ἐπιχείρησιν ἡμῖν οἱ ἐχθροὶ ποιήσονται, οἷς πρῶτον μὲν διὰ ξυμφορῶν ἡ ξύμβασις καὶ ἐκ τοῦ αἰσχίονος ἢ ἡμῖν κατ’ ἀνάγκην ἐγένετο, ἔπειτα ἐν αὐτῇ ταύτῃ πολλὰ τὰ ἀμφισβητούμενα ἔχομεν. 3. εἰσὶ δ’ οἳ οὐδὲ ταύτην πω τὴν ὁμολογίαν ἐδέξαντο, καὶ οὐχ οἱ ἀσθενέστατοι· ἀλλ’ οἱ μὲν ἄντικρυς πολεμοῦσιν, οἱ δὲ καὶ διὰ τὸ Λακεδαιμονίους ἔτι ἡσυχάζειν δεχημέροις σπονδαῖς καὶ αὐτοὶ κατέχονται. 4. τάχα δ’ ἂν ἴσως, εἰ δίχα ἡμῶν τὴν δύναμιν λάβοιεν, ὅπερ νῦν σπεύδομεν, καὶ πάνυ ἂν ξυνεπιθοῖντο μετὰ Σικελιωτῶν, οὓς πρὸ πολλῶν ἂν ἐτιμήσαντο ξυμμάχους γενέσθαι ἐν τῷ πρὶν χρόνῳ. 5. ὥστε χρὴ σκοπεῖν τινὰ αὐτὰ καὶ μὴ μετεώρῳ τε <τῇ> πόλει ἀξιοῦν κινδυνεύειν καὶ ἀρχῆς ἄλλης ὀρέγεσθαι πρὶν ἣν ἔχομεν βεβαιωσώμεθα, εἰ Χαλκιδῆς γε οἱ ἐπὶ Θρᾴκης ἔτη τοσαῦτα ἀφεστῶτες ἀφ’ ἡμῶν ἔτι ἀχείρωτοί εἰσι καὶ ἄλλοι τινὲς κατὰ τὰς ἠπείρους ἐνδοιαστῶς ἀκροῶνται. ἡμεῖς δὲ Ἐγεσταίοις δὴ οὖσι ξυμμάχοις ὡς ἀδικουμένοις ὀξέως βοηθοῦμεν· ὑφ’ ὧν δ’ αὐτοὶ πάλαι ἀφεστώτων ἀδικούμεθα, ἔτι μέλλομεν ἀμύνεσθαι.

Traduzione in Italiano (per i vili!):

1. Io affermo che voi lasciate da parte i molti nemici che avete in Grecia per volervene attirare qua degli altri facendo una spedizione laggiù 2.  E voi forse credete che i patti conclusi vi offrano qualche sicurezza, mentre essi, se voi ve ne resterete tranquilli, saranno patti di nome (giacchè a questo punto hanno portato la situazione uomini di Atene e alcuni dei nemici); e se poi con delle forze considerevoli incapperemo in un disastro, rapido sarà l’attacco che i nemici ci sferreranno, dato che concluseroil trattato in seguito ai loro insuccessi e spinti dalla necessità, in una condizione più vergognosa della nostra, e infine dato che nello stesso trattato molti sono i punti controversi. 3. E vi sono alcuni che ancora non hanno accettato la pace e non sono i più deboli: anzi, alcuni ci fanno guerra a viso alperto, altri sono trattenuti da tregue di dieci giorni perchè vedono che i Lacedemoni ancora se ne stanno fermi. 4. Forse, se sorprendessero la nostra potenza divisa in due (e questo è il nostro intento attuale) vigorosamente ci assalirebbero con i Sicelioti, la cui alleanza in passato avrebbero comprato a caro prezzo. 5. Sicchè, uno dovrà pur badare a queste considerazioni, e non voler esporre una città che è già in alto mare e aspirare a un altro impero prima di aver reso saldo quello che abbiamo, se è vero che i Calcidesi della Tracia, che da tanti anni si sono ribellati, ancora non sono stati assoggettati, e altri sulla terraferma ci obbediscono in modo dubbio. Noi invece in fretta soccorriamo i Segestiani offesi, certo perchè sono nostri alleati, ma quelli che con la loro ribellione già da un pezzo ci hanno fatto dei torti, ancora tardiamo a punirli.

TRADUZIONI, in ordine di anzianità:

1. Etiam dico vos, hic relinquentes multos hostes, alios quoque illic addere, si eo navigaturi sitis, cupire. 2. Fortasse putatis pactum quod (a) vobis factum est aliquod certum esse; quod, si quieveritis, nomine exsistet -sic id fecerunt nostri ac inimicorum homines-; si titubaveritis, hostes magnis copiis in nos celerem impetum facient, primum quod eorum foedus ob cladem necesse fuit et turpioribus quam nostris effectum est, deinde quod in ipso foedere multae dissensiones sunt. 3. Sunt qui nullo modo foedus acceperunt, non et humiliores; sunt autem qui aperte contra nos pugnant, et qui qui decem diebus foederibus coniunguntur, quia Lacedaemonii adhuc quiescunt. 4. Fortasse celere, si sectam nostram potestatem viderint, ad quod nunc festinamus, plane cum Siculis consocient, quos olim socios esse pro multis veriti essent. 5. Necesso ergo est quidam ea spectet neque dignum ducat ut in discrimen dubiam civitatem adducat, neque ulteriorem potestatem cupiat priusquam in tuto ponerit quam habemus. Enimvero Traces Chalcidenses, cum tantos per annos a nobis defecerunt, adhuc indomiti sunt ac alii terrestri quidam dubie oboediunt. Nos autem sociis Segestanis ut laesis rapide soccurrimus, sed adhuc nobis puniendi sunt qui iamdudum seditiosi fuerunt, a quibus nos ipsi cotidie laedimur.

Diego Chiesi alias Censor Dicti Studiosus

1. Dico enim vos, illuc navigaturi, alios hostes huc adducere cupere, quamquam hic multos relinquatis. 2. Atque fortasse credatis facta vobiscum foedera quid certi habere, quae, si pacem servaveritis, foedera nomine erunt -sic enim nostri ea fecerunt hostesque-, si autem alicubi cladem acceperit, hostes magna vi in vos repente impetum facient, quibus primum ex rebus iniquioribus quam nobis foedera per hos casos aegre facta sunt, deinde nobis in his multa controversa. 3. Sunt qui ne indutias quidem accipiant, neque minimi momenti: alii enim palam pugnant, alii, quia Lacedaemonii adhuc pacem servant, denis diebus indutiis sese etiam continent. 4. Fortasse si nostras vires divisas videant, -quod nunc cupimus- se coniungant Siculis, quos olim magni existimaverunt fieri socios. 5. Quae igitur necesse est considerare neque prodesse haud tutam urbem in discrimen adducere et alienum imperium petere donec quod habemus certum est, si apud Traciam ad defectionem impulsi Calcidenses rursus subiecti non sunt et quidam apud continentem haud dubie oboediunt. Nos sociis nunc Segestanis cito succurrimus iniusta passis: ab quibus ipsi iniuriam passi olim defectis, ulcisci etiam moramur.

Giulio Braini alias Mirus Iulius

Saggio Cambogia

Ci sono le case, / ma non gli abitanti. / Ci sono le strade, / ma non i passanti. / Ci sono le scale, / ma non chi le sale. / I corvi neri paiono inermi, / ma dentro al frutto ci sono i vermi. / Solo ad Angkor si fa festa / ma dell’umanità non resta / che chi sta dove poggia / l’ombra dell’albero / della pioggia. Questa profezia Buddista, difficilmente databile, risuona come una cupa filastrocca nella bocca di contadini e non nelle città e nelle campagne della Cambogia, ma raccoglie nella sua semplicità gli ultimi anni della Storia cambogiana: la caduta, il 17 aprile 1975, del corrotto regime del maresciallo Lon Nol, l’avvento degli Khmer Rouge vestiti di nero, come corvi, che lasciarono deserte le case, le strade di Phnom Penh con la loro evacuazione “di sicurezza”. Essi promettevano il frutto della pace, dopo i tanti anni di conflitto che avevano consumato lentamente il paese, distrutto il suo passato, radendo al suolo complessi religiosi quali Udong, e inghiottito i cittadini in una guerra fratricida che non sembrava avere fine. Quando giunsero ad assediare la periferia della capitale, non si sapeva nulla di loro: una fitta nebbia aleggiava sulla loro identità, le loro intenzioni, sospesa tra le opinioni faziose dei giornalisti dei blocchi Sovietico e Americano. Da un lato un muro di silenzio inesorabile, fatto di soldati vestiti di nero celati dalla giungla, le cui linee 31 giornalisti avevano provato ad attraversare: giovani e veterani, imprudenti ed esperti tutti erano scomparsi. In città invece ufficiali statunitensi che con radiotrasmettitore alla mano passeggiavano per le strade di Phnom Penh e, dispiegata un’ampia cartina, tracciavano i grossi quadrati del bombardamento a tappeto. Davanti all’ex palazzo reale, migliaia di Cambogiani stavano a guardare i phantom che si tuffavano in picchiata a sganciare il loro carico di napalm sull’altra sponda del fiume. Alcuni ridevano; altri, come fosse un gioco, gesticolavano seguendo col dito puntato nel cielo il volo degli aerei, mentre spavantose colonne nere di fumo ribollivano lente dinanzi a loro. “-I Cambogiani sono Buddhisti e quando le loro case vengono distrutte non se la prendono con gli aerei o con gli Americani-, mi spiegava un amico. -Si siedono fra le rovine, si gettano in testa della cenere, si chiedono che cosa hanno fatto di male in questa o nella vita precedente per venire puniti così-” (da Tiziano Terzani, “Fantasmi”) Poi il silenzio inghiottì anche la città: appena gli Khmer Rouge entrarono in Phnom Penh, fecero evacuare l’intera capitale, minacciando che presto sarebbero arrivati i bombardamenti a tappeto dagli Stati Uniti. L’ambasciatore americano aveva già da parecchi giorni abbandonato la città scortato dalle sue teste di cuoio, più per paura delle truppe sbandate governative che dei propri nemici: Dean se ne andò camminando solenne, come un eroe medioevale, abbracciando la bandiera a stelle e strisce. Gli operatori delle varie catene televisive continuarono a filmare i bambini cambogiani che, da dietro le improvvisate barricate di filo spinato, sventolavano le mani dicendo: -Bye, bye!-

La città rimase deserta; le case senza abitanti, senza passanti le strade e il tanto atteso frutto di pace si rivelò essere in realtà corrotto e pericoloso, poiché dietro celava l’immane sterminio genocida che seguì durante gli anni del regime di Saloth Sâr (alias Pol Pot). L’aura di mistero, scemata poi nel ’78 con l’invasione della “Kampuchea Democratica”, rivelò violazioni dei più basilari diritti umani, le torture inumane del Santebal-21 Toul Sleng e campi coperti di ossa umane, i Killing Fields. Su una popolazione di circa 8milioni di individui, erano morte tra le 2.5 e le 3milioni di persone –la cifra oscilla per l’alto numero di dispersi-.  “-Non preoccupatevi-, diceva recentemente con macabro sarcasmo un vecchio Khmer ad un gruppo di stranieri a Phnom Penh. -Il problema cambogiano si risolverà quando non ci saranno rimasti che due cambogiani ed uno riuscirà ad uccidere l’altro-” (da Tiziano Terzani, “Fantasmi”) L’unico luogo non toccato dalla strage, come recita la profezia, furono i templi di Angkor, simbolo di quella civiltà che l’”Angkar Leu”, l’Organizzazione Superiore, aveva preteso di restaurare, ma che in realtà aveva soppresso per sempre. Ora dell’umanità non restava “che chi sta dove poggia l’ombra dell’albero della pioggia”.

Dopo che gli Khmer Rouge sconfitti si furono ritirati sulle montagne attorno a Pailin –sempre sostenuti dalla Cina comunista-, la Cambogia uscì disorientata dal regime di terrore. Il Tonlè Sap (in khmer “grande fiume non salato”), giunta la stagione estiva, quando si sciolgono le nevi del Tibet e i monsoni beneficano con la loro pioggia la regione, invertì il suo corso come sempre, raccogliendo le acque in eccesso del Mekong; ma nel paesaggio molto era cambiato. Immensi campi profughi punteggiavano i confini con Vietnam e Thailandia: erano gli Khmer della diaspora che cercavano rifugio nei paesi confinanti o –i più fortunati- nei ricchi stati dell’Occidente. Nella giungla si scorgevano grandi mercati di contrabbando, mentre altrove persone morivano di stenti per la denutrizione. Anche a livello psicologico tutto era mutato: ogni individuo in Cambogia senza eccezione aveva smarrito due o più parenti stretti; alcuni non riuscivano più a montare su una barca da quando avevano visto i loro familiari portati in pasto ai coccodrilli. Altri non riuscivano più ad arrampicarsi su una palma perché gli uomini di Pol Pot avevano usato gli alberi per distinguere intellettuali, incapaci ad arrampicarsi, e non, cioè chi dovesse morire, chi vivere. L’Angkar Leu si era prefissata come scopo il ritorno alla purezza contadina attraverso l’eliminazione di ciò che era stato corrotto dalla cultura cittadina o peggio occidentale: tutte le persone dotte, maestri, funzionari, professori e religiosi erano nella lista nera. Oltre che in una crisi di carattere materiale, la Cambogia era sprofondata in una crisi di identità, ove si era persa sia la coscienza del proprio passato che la propria fede. “Non ci sono più la spensieratezza e la gioia di vivere che caratterizzavano la Cambogia; spensieratezza e gioia che facevano pensare agli stranieri che fosse una sorta di paradiso terrestre. Il mio paese è morto, è stato privato della sua anima.” (da Claire Ly, “Tornata dall’Inferno”) Il peso sulla coscienza collettiva era quello di una sanguinosa guerra fratricida: durante il conflitto contro i soldati governativi spesso fratello aveva ucciso e mutilato fratello. “Ciascuna famiglia, nelle zone liberate, aveva dovuto dare almeno uno dei suoi figli alla rivoluzione; e poiché, da parte sua, l’armata del generale Lon Nol assicurava a tutte le reclute una paga sufficiente a compensare la mancanza di guadagno dovuta all’assenza di due figli, si verificava la situazione in cui un fratello si trovava armato contro l’altro…” (da François Bizot, “Il Cancello”) Marco Scarpati nel suo libro “Il Rumore dell’erba che cresce” ci riporta anche la testimonianza di un ragazzo che, stordito dagli ideali della rivoluzione, giunse addirittura a denunciare il padre che fu poi giustiziato. Fratelli che trucidavano fratelli, figli che denunciavano padri, l’annullamento di qualsiasi rapporto di fiducia in un mondo di delatori sotto Pol Pot: gli Khmer avevano perso il legante della loro società. La Cambogia, che dalla caduta della prestigiosa civiltà di Angkor, aveva sempre difeso con orgoglio la sua identità fra due tanto ingombranti vicini, quali Thailandia e Vietnam, si ritrovò per undici anni sottomessa senza identità e senza guida a un regime socialista manovrato da Vietnamiti, o ‘youn’, come li chiamano con disprezzo gli Khmer.

Dopo la caduta del muro di Berlino, le truppe filo-sovietiche si sono ritirate e da allora la Cambogia si è aperta sempre più alle iniziative degli imprenditori stranieri, soprattutto Cinesi. I poveri bambini affamati che nel decennio seguente alla caduta del regime polpottiano erano diventati il simbolo della Cambogia rimasero, solo che iniziarono a mendicare accanto a belle, luccicanti automobili. “Vecchia povertà e nuova ricchezza, milionari e mendicanti: questa è Phnom Penh oggi, uno specchio di tutte le contraddizioni della natura umana abbandonata a se stessa.” (da Tiziano Terzani, “Corriere della Sera” 28 aprile 1991) Il modello capitalista Occidentale ha importato in questo paese, disorientato per le disgrazie passate, i suoi aspetti deleteri e sregolati. Siccome i terreni delle comuni agricole erano assegnati privatamente ai contadini senza alcun controllo sulla loro qualità, ne seguì che chi ottenne un appezzamento fertile si arricchì, chi sterile perse tutto. Una canzone di Krom Ngoy, antico cantore cambogiano suonatore dello strumento tradizionale, il chapei, recita così: “Il Cinese è ricco grazie al suo commercio. / Il khmer che confida nel suo granaio / spende con generosità, senza contare, / senza pensare a contrattare” Gli imprenditori cinesi aprirono attività un po’ ovunque per il paese negli anni ‘90: all’alba nella capitale i ristoranti ad aria condizionata incominciarono a riempirsi di ricchi mercanti cinesi chini sulle loro ciotole di vermicelli. All’esterno, aggrappate a grate di ferro, schiere di contadine emaciate li osservavano con sguardo vuoto. Mentre a Koh Kong, un arcipelago dinanzi alla costa sud-occidentale della Cambogia, ogni isola diventava una piccola piazza del mercato all’ingrosso -una di soli elettrodomestici, una di sole automobili, una di sole motociclette-, ove i compratori erano addirittura condotti in elicottero, sui marciapiedi della capitale si ingrossavano le bande di ragazzi sporchi e denutriti che, raccolte le scatole di cartone in cui pernottavano, andavano a mendicare o a razzolare nei cumuli della mega-discarica di Stung Meanchey, conosciuta come “Smoky Mountains”.

La Cambogia di oggi è così: è un paese che ha fretta di dimenticare, accecato dalla brama di fare soldi dopo tanti anni di miseria. La violenza è rimasta dentro di noi; i rapporti personali sono dominati dalla legge del più forte. Non ci deve essere iniziativa personale, non si tollera che ci si possa guardare indietro e fare esercizio della memoria. Anche i ricordi devono essere controllati e somministrati secondo le indicazioni decise da chi comanda.” (da Aki Ra, “Non calpestare le farfalle”) Parla così Aki Ra, un uomo che, dopo aver militato da bambino nell’esercito Khmer Rouge, dedicò la sua vita al servizio di sminamento e alla memoria. Le mine sono un gravissimo problema in Cambogia: milioni e milioni sono celate nelle campagne e nelle foreste. “Dopo l’avvento della pace, l’esercito aveva cacciato molti contadini che abitavano in terreni sicuri, senza mine, per venderli. Le famiglie, così, erano state costrette a traslocare in terreni minati che i militari sostenevano aver bonificato. Le vittime sono sempre i più deboli: donne, bambini e contadini.” Il destino di un chon pika, un bambino mutilato da una mina è molto duro, poiché oltre alle sofferenze fisiche, ha quasi sempre davanti a sé un destino di abbandono, in quanto la famiglia raramente può assumersi l’onere del suo mantenimento, o anche per motivi di superstizione ed ignoranza. Aki Ra, dopo tanti anni di impegno ha ora aperto un museo, “The Cambodian Land Mine Museum”, ove espone tutti i residuati bellici raccolti durante sue missioni di sminamento, e un centro per l’accoglienza dei bambini vittime delle mine. Ha subito molteplici volte atti intimidatori anche violenti da parte di chi preferisce rinchiudere il proprio passato sotto enormi stupa di vetro e manipolarlo solo a fini turistici: Aki Ra è simbolo di una nazione che vuole rinascere coscientemente dalle proprie ceneri.

Nel 1992 intervenne sulla scena “l’Untac”, l’ambizioso progetto ONU per la sistemazione definitiva della situazione cambogiana, i cui obiettivi erano molteplici: controllare il cessate il fuoco, rimpatriare 350’000 rifugiati, disarmare e smobilitare i 200’000 soldati delle fazioni in guerra, rivedere costituzione politica e leggi e indire elezioni libere per la successiva primavera. Molti scopi furono raggiunti e le prime elezioni democratiche, seppur la stabilità del successivo governo rimase incerta, riscossero ampio successo, ma il massiccio apporto di capitale liquido da parte dell’associazione internazionale lubrificò gli infausti meccanismi della corruzione in uno Stato ove si usa dire che le leggi siano scritte ‘nell’acqua’. I lauti guadagni delle collaborazioni con l’ONU hanno acuito lo squilibrio sociale e gli antichi problemi tornano a galla. Un tempo si usava dire che “Con ogni cento metri fatti da una Mercedes, un khmer rosso avanza di un chilometro in direzione di Phnom Penh” ed oggi il numero delle auto di lusso aumenta e con esso la rabbia delle classi disagiate. Al Grand Hotel d’Angkor dai fasti coloniali, il prezzo di un caffè nel 2007 corrispondeva allo stipendio mensile di un Cambogiano: sei dollari. “E per noi cosa rimane? Poco. Il biglietto per entrare ad Angkor Wat costa venti dollari: un enorme giro di soldi, visto l’afflusso di turisti. Ecco, non pensate però che i villaggi intorno siano cambiati. Continuano a non esserci acqua potabile, elettricità, fogne. Gli ospedali? Quelli migliori sono costruiti e gestiti da organizzazioni straniere. Di questa nuova ricchezza, però, ai Cambogiani non arriva nulla: l’aeroporto è in mano a una società francese, i templi a un gruppo petrolifero vietnamita.” (da Aki Ra, “Non calpestare le farfalle”) Accanto agli antichi problemi, ora ne nascono di inediti: se un tempo la denutrizione e le malattie non avevano mai presentato questa situazione ai tempi del regime di Pol Pot, ora nelle periferie delle grandi città si moltiplicano i bordelli e la prostituzione minorile è ormai diventato un dramma della Cambogia moderna. Storie come quella di Sa Rouen, bambina di dieci anni condannata al bordello dalla madre vedova malata di Aids, sono comuni in vie come “la Digue” di Phnom Penh, frequentate soprattutto da ricchi barang (‘stranieri’ in Khmer) cinesi o venuti dai paesi occidentali.

Mi fa l’effetto di una donna fragile che si trucca in modo eccessivo per nascondere le rughe, senza accorgersi che fanno parte della sua personalità” (da Claire Ly, “Ritorno in Cambogia”) Così si esprime Claire Ly riferendosi a una delle tante città della Cambogia di oggi; e questo si può dire anche di Phnom Penh: sotto la collina ove riposa il mitico Naga si estende una città viva di ‘tuk tuk’ e mobylette, che si disperdono rumorose per le vie a tratti asfaltate a tratti non della capitale, nei quartieri ove case lussuose si alternano a baraccopoli e nella stagione secca aleggia quella terra rossa che impregna i vestiti. E se è vero che il Cambogiano con abilità nasconde la sua essenza dietro a un sorriso, il miglior modo per capire questi luoghi è dunque esserci.

Giulio Braini

Scripta Manent

Eccoci qua, cari stundenti e care studentesse, a fare, intorno a fine Dicembre, il resoconto di quello che è stato e quello che ci è rimasto dall’anno quasi passato.
Che dire, di certo non sono stati dodici noiosi mesi.
Possiamo citare (senza ovviamente porre sullo stesso piano) l’improvvisa morte di Michael Jackson (e tutta l’aura di ipocrisia che ancora gira intorno alla questione), la sparizione del povero Mike Bongiorno, il terremoto in Abruzzo, la solita Crisi Economica che ormai ci ha afflitto e ci affligge tuttora, Obama nuovo presidente Americano, la “Facebook Invasion”, insomma, in positivo o in negativo, i telegiornali e i quotidiani non si sono girati i pollici.
Ma invito tutti voi a riflettere più nel particolare, su cosa veramente è cambiato.
Io sento aria di novità, di una nuova società, la sento migliore, perchè penso che questo sia stato sopratttutto un anno di sbagli, e dagli sbagli s’impara.

A quanto pare Dianne aveva ragione: “Il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando, perfino gli uomini e le donne stanno cambiando” (Trainspotting, 1996)

Detto ciò, arrivo al succo, e al motivo per cui veramente sto scrivendo questo piccolo post.
Vorrei augurare a tutti un felice Natale, di quelli sinceri e non consumati dall’ipocrisia, e un felice anno nuovo, che ci porti tante cose buone, sia scolasticamente che nella vita privata!

Lorenza Parisi (V A)

Salve,

penso che per tutti i classicisti capire il titolo del’articolo non dovrebbe essere molto difficile, tuttavia, per coloro che non masticano il greco, significa semplicemente: “Buon Natale!“. Inauguro infatti con questo scritto una nuova categoria chaimata “Auguri”, dove potrete postare appunto auguri di qualunque genere, da quelli di Natale, a quelli di Pasqua fino a quelli di Compleanno di qualcuno che vi sta cuore, a patto che tutto ciò sia accompagnato da una bella “orazione” (soprattutto nel caso dei Compleanni!).

Per esempio oltre a fare a tutti i lettori l’augurio di un fantastico e goliardico Natale, tengo a sottolineare ancora una volta, ma non credo l’ultima, quanto, sia per noi studenti che per i professori, siano pesanti i trimestri e quanto sarò felice domani, ma anche adesso visto che ho finito tutto, quando si potrà porre la parola FINE (T-HE E-N-D) a questo.

Dopo tre anni in questa fantastica scuola, ancora mi chiedo quale sia il vantaggio del trimestre e ancora non mi son dato, ne mi hanno dato, una risposta, spero che qualche gentile anima di passaggio su questo blog sappia rispondere e lo faccia, così da, quantomeno, alleviare le mie sofferenze.

Inoltre, benchè il nostro spirito sia sempre goliardico e “cazzaro”, par che quello dei professori in generale, ma ancor più è evidente in quelli che gli anni precedenti si distinsero  in simpatia,  sia tutto il contrario, avanzando pretese sempre più disparate, facendo discendere il nostro umore sotto il livello del mare. Spero dunque che con un mese di vancanza potremo tutti, professori compresi, riprenderci (magari è colpa del trimestre!) per ricominciare belli allegri il PENTAMESTRE (“what the fucking mother is a pentamestre?!” ha detto la nostra insegnante madrelingua al P.E.T. quando ha sentito questo aberrante sostantivo), nel quale avverrà anche la gita, in cui, ancora una volta dobbiamo dimostrare di essere i più giusti.

Auguro infine a tutti gli studenti e ai pochi  professori ‘cciusti(come il Livo) un Natale: Goliardico, Cazzaro, ‘Stardo, Giusto, Calciatorio, Altitudo e chi più ne ha più ne metta!

Nicolò Basso (I B)

P.S.: la canzone di questo Natale sarà:
Il TRIMESTRE NO!!!!

NON L’AVEVO CONSIDERATO!!!


Senza Titolo

E l’una è andata persa
e l’altra dal grembo s’è scosta
e l’una con l’altra si sposta
ma sempre è l’incontro d’amore
di foglie d’amica e
di vita terrena.
Lorenza Parisi (V A)

Voli

Voli d’uccelli
che inneggiano a miti lontani
che parlano ad avi
di parvi paesi
di popoli belli.
Lorenza Parisi (V A)
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