Ci sono le case, / ma non gli abitanti. / Ci sono le strade, / ma non i passanti. / Ci sono le scale, / ma non chi le sale. / I corvi neri paiono inermi, / ma dentro al frutto ci sono i vermi. / Solo ad Angkor si fa festa / ma dell’umanità non resta / che chi sta dove poggia / l’ombra dell’albero / della pioggia. Questa profezia Buddista, difficilmente databile, risuona come una cupa filastrocca nella bocca di contadini e non nelle città e nelle campagne della Cambogia, ma raccoglie nella sua semplicità gli ultimi anni della Storia cambogiana: la caduta, il 17 aprile 1975, del corrotto regime del maresciallo Lon Nol, l’avvento degli Khmer Rouge vestiti di nero, come corvi, che lasciarono deserte le case, le strade di Phnom Penh con la loro evacuazione “di sicurezza”. Essi promettevano il frutto della pace, dopo i tanti anni di conflitto che avevano consumato lentamente il paese, distrutto il suo passato, radendo al suolo complessi religiosi quali Udong, e inghiottito i cittadini in una guerra fratricida che non sembrava avere fine. Quando giunsero ad assediare la periferia della capitale, non si sapeva nulla di loro: una fitta nebbia aleggiava sulla loro identità, le loro intenzioni, sospesa tra le opinioni faziose dei giornalisti dei blocchi Sovietico e Americano. Da un lato un muro di silenzio inesorabile, fatto di soldati vestiti di nero celati dalla giungla, le cui linee 31 giornalisti avevano provato ad attraversare: giovani e veterani, imprudenti ed esperti tutti erano scomparsi. In città invece ufficiali statunitensi che con radiotrasmettitore alla mano passeggiavano per le strade di Phnom Penh e, dispiegata un’ampia cartina, tracciavano i grossi quadrati del bombardamento a tappeto. Davanti all’ex palazzo reale, migliaia di Cambogiani stavano a guardare i phantom che si tuffavano in picchiata a sganciare il loro carico di napalm sull’altra sponda del fiume. Alcuni ridevano; altri, come fosse un gioco, gesticolavano seguendo col dito puntato nel cielo il volo degli aerei, mentre spavantose colonne nere di fumo ribollivano lente dinanzi a loro. “-I Cambogiani sono Buddhisti e quando le loro case vengono distrutte non se la prendono con gli aerei o con gli Americani-, mi spiegava un amico. -Si siedono fra le rovine, si gettano in testa della cenere, si chiedono che cosa hanno fatto di male in questa o nella vita precedente per venire puniti così-” (da Tiziano Terzani, “Fantasmi”) Poi il silenzio inghiottì anche la città: appena gli Khmer Rouge entrarono in Phnom Penh, fecero evacuare l’intera capitale, minacciando che presto sarebbero arrivati i bombardamenti a tappeto dagli Stati Uniti. L’ambasciatore americano aveva già da parecchi giorni abbandonato la città scortato dalle sue teste di cuoio, più per paura delle truppe sbandate governative che dei propri nemici: Dean se ne andò camminando solenne, come un eroe medioevale, abbracciando la bandiera a stelle e strisce. Gli operatori delle varie catene televisive continuarono a filmare i bambini cambogiani che, da dietro le improvvisate barricate di filo spinato, sventolavano le mani dicendo: -Bye, bye!-
La città rimase deserta; le case senza abitanti, senza passanti le strade e il tanto atteso frutto di pace si rivelò essere in realtà corrotto e pericoloso, poiché dietro celava l’immane sterminio genocida che seguì durante gli anni del regime di Saloth Sâr (alias Pol Pot). L’aura di mistero, scemata poi nel ’78 con l’invasione della “Kampuchea Democratica”, rivelò violazioni dei più basilari diritti umani, le torture inumane del Santebal-21 Toul Sleng e campi coperti di ossa umane, i Killing Fields. Su una popolazione di circa 8milioni di individui, erano morte tra le 2.5 e le 3milioni di persone –la cifra oscilla per l’alto numero di dispersi-. “-Non preoccupatevi-, diceva recentemente con macabro sarcasmo un vecchio Khmer ad un gruppo di stranieri a Phnom Penh. -Il problema cambogiano si risolverà quando non ci saranno rimasti che due cambogiani ed uno riuscirà ad uccidere l’altro-” (da Tiziano Terzani, “Fantasmi”) L’unico luogo non toccato dalla strage, come recita la profezia, furono i templi di Angkor, simbolo di quella civiltà che l’”Angkar Leu”, l’Organizzazione Superiore, aveva preteso di restaurare, ma che in realtà aveva soppresso per sempre. Ora dell’umanità non restava “che chi sta dove poggia l’ombra dell’albero della pioggia”.
Dopo che gli Khmer Rouge sconfitti si furono ritirati sulle montagne attorno a Pailin –sempre sostenuti dalla Cina comunista-, la Cambogia uscì disorientata dal regime di terrore. Il Tonlè Sap (in khmer “grande fiume non salato”), giunta la stagione estiva, quando si sciolgono le nevi del Tibet e i monsoni beneficano con la loro pioggia la regione, invertì il suo corso come sempre, raccogliendo le acque in eccesso del Mekong; ma nel paesaggio molto era cambiato. Immensi campi profughi punteggiavano i confini con Vietnam e Thailandia: erano gli Khmer della diaspora che cercavano rifugio nei paesi confinanti o –i più fortunati- nei ricchi stati dell’Occidente. Nella giungla si scorgevano grandi mercati di contrabbando, mentre altrove persone morivano di stenti per la denutrizione. Anche a livello psicologico tutto era mutato: ogni individuo in Cambogia senza eccezione aveva smarrito due o più parenti stretti; alcuni non riuscivano più a montare su una barca da quando avevano visto i loro familiari portati in pasto ai coccodrilli. Altri non riuscivano più ad arrampicarsi su una palma perché gli uomini di Pol Pot avevano usato gli alberi per distinguere intellettuali, incapaci ad arrampicarsi, e non, cioè chi dovesse morire, chi vivere. L’Angkar Leu si era prefissata come scopo il ritorno alla purezza contadina attraverso l’eliminazione di ciò che era stato corrotto dalla cultura cittadina o peggio occidentale: tutte le persone dotte, maestri, funzionari, professori e religiosi erano nella lista nera. Oltre che in una crisi di carattere materiale, la Cambogia era sprofondata in una crisi di identità, ove si era persa sia la coscienza del proprio passato che la propria fede. “Non ci sono più la spensieratezza e la gioia di vivere che caratterizzavano la Cambogia; spensieratezza e gioia che facevano pensare agli stranieri che fosse una sorta di paradiso terrestre. Il mio paese è morto, è stato privato della sua anima.” (da Claire Ly, “Tornata dall’Inferno”) Il peso sulla coscienza collettiva era quello di una sanguinosa guerra fratricida: durante il conflitto contro i soldati governativi spesso fratello aveva ucciso e mutilato fratello. “Ciascuna famiglia, nelle zone liberate, aveva dovuto dare almeno uno dei suoi figli alla rivoluzione; e poiché, da parte sua, l’armata del generale Lon Nol assicurava a tutte le reclute una paga sufficiente a compensare la mancanza di guadagno dovuta all’assenza di due figli, si verificava la situazione in cui un fratello si trovava armato contro l’altro…” (da François Bizot, “Il Cancello”) Marco Scarpati nel suo libro “Il Rumore dell’erba che cresce” ci riporta anche la testimonianza di un ragazzo che, stordito dagli ideali della rivoluzione, giunse addirittura a denunciare il padre che fu poi giustiziato. Fratelli che trucidavano fratelli, figli che denunciavano padri, l’annullamento di qualsiasi rapporto di fiducia in un mondo di delatori sotto Pol Pot: gli Khmer avevano perso il legante della loro società. La Cambogia, che dalla caduta della prestigiosa civiltà di Angkor, aveva sempre difeso con orgoglio la sua identità fra due tanto ingombranti vicini, quali Thailandia e Vietnam, si ritrovò per undici anni sottomessa senza identità e senza guida a un regime socialista manovrato da Vietnamiti, o ‘youn’, come li chiamano con disprezzo gli Khmer.
Dopo la caduta del muro di Berlino, le truppe filo-sovietiche si sono ritirate e da allora la Cambogia si è aperta sempre più alle iniziative degli imprenditori stranieri, soprattutto Cinesi. I poveri bambini affamati che nel decennio seguente alla caduta del regime polpottiano erano diventati il simbolo della Cambogia rimasero, solo che iniziarono a mendicare accanto a belle, luccicanti automobili. “Vecchia povertà e nuova ricchezza, milionari e mendicanti: questa è Phnom Penh oggi, uno specchio di tutte le contraddizioni della natura umana abbandonata a se stessa.” (da Tiziano Terzani, “Corriere della Sera” 28 aprile 1991) Il modello capitalista Occidentale ha importato in questo paese, disorientato per le disgrazie passate, i suoi aspetti deleteri e sregolati. Siccome i terreni delle comuni agricole erano assegnati privatamente ai contadini senza alcun controllo sulla loro qualità, ne seguì che chi ottenne un appezzamento fertile si arricchì, chi sterile perse tutto. Una canzone di Krom Ngoy, antico cantore cambogiano suonatore dello strumento tradizionale, il chapei, recita così: “Il Cinese è ricco grazie al suo commercio. / Il khmer che confida nel suo granaio / spende con generosità, senza contare, / senza pensare a contrattare” Gli imprenditori cinesi aprirono attività un po’ ovunque per il paese negli anni ‘90: all’alba nella capitale i ristoranti ad aria condizionata incominciarono a riempirsi di ricchi mercanti cinesi chini sulle loro ciotole di vermicelli. All’esterno, aggrappate a grate di ferro, schiere di contadine emaciate li osservavano con sguardo vuoto. Mentre a Koh Kong, un arcipelago dinanzi alla costa sud-occidentale della Cambogia, ogni isola diventava una piccola piazza del mercato all’ingrosso -una di soli elettrodomestici, una di sole automobili, una di sole motociclette-, ove i compratori erano addirittura condotti in elicottero, sui marciapiedi della capitale si ingrossavano le bande di ragazzi sporchi e denutriti che, raccolte le scatole di cartone in cui pernottavano, andavano a mendicare o a razzolare nei cumuli della mega-discarica di Stung Meanchey, conosciuta come “Smoky Mountains”.
“La Cambogia di oggi è così: è un paese che ha fretta di dimenticare, accecato dalla brama di fare soldi dopo tanti anni di miseria. La violenza è rimasta dentro di noi; i rapporti personali sono dominati dalla legge del più forte. Non ci deve essere iniziativa personale, non si tollera che ci si possa guardare indietro e fare esercizio della memoria. Anche i ricordi devono essere controllati e somministrati secondo le indicazioni decise da chi comanda.” (da Aki Ra, “Non calpestare le farfalle”) Parla così Aki Ra, un uomo che, dopo aver militato da bambino nell’esercito Khmer Rouge, dedicò la sua vita al servizio di sminamento e alla memoria. Le mine sono un gravissimo problema in Cambogia: milioni e milioni sono celate nelle campagne e nelle foreste. “Dopo l’avvento della pace, l’esercito aveva cacciato molti contadini che abitavano in terreni sicuri, senza mine, per venderli. Le famiglie, così, erano state costrette a traslocare in terreni minati che i militari sostenevano aver bonificato. Le vittime sono sempre i più deboli: donne, bambini e contadini.” Il destino di un chon pika, un bambino mutilato da una mina è molto duro, poiché oltre alle sofferenze fisiche, ha quasi sempre davanti a sé un destino di abbandono, in quanto la famiglia raramente può assumersi l’onere del suo mantenimento, o anche per motivi di superstizione ed ignoranza. Aki Ra, dopo tanti anni di impegno ha ora aperto un museo, “The Cambodian Land Mine Museum”, ove espone tutti i residuati bellici raccolti durante sue missioni di sminamento, e un centro per l’accoglienza dei bambini vittime delle mine. Ha subito molteplici volte atti intimidatori anche violenti da parte di chi preferisce rinchiudere il proprio passato sotto enormi stupa di vetro e manipolarlo solo a fini turistici: Aki Ra è simbolo di una nazione che vuole rinascere coscientemente dalle proprie ceneri.
Nel 1992 intervenne sulla scena “l’Untac”, l’ambizioso progetto ONU per la sistemazione definitiva della situazione cambogiana, i cui obiettivi erano molteplici: controllare il cessate il fuoco, rimpatriare 350’000 rifugiati, disarmare e smobilitare i 200’000 soldati delle fazioni in guerra, rivedere costituzione politica e leggi e indire elezioni libere per la successiva primavera. Molti scopi furono raggiunti e le prime elezioni democratiche, seppur la stabilità del successivo governo rimase incerta, riscossero ampio successo, ma il massiccio apporto di capitale liquido da parte dell’associazione internazionale lubrificò gli infausti meccanismi della corruzione in uno Stato ove si usa dire che le leggi siano scritte ‘nell’acqua’. I lauti guadagni delle collaborazioni con l’ONU hanno acuito lo squilibrio sociale e gli antichi problemi tornano a galla. Un tempo si usava dire che “Con ogni cento metri fatti da una Mercedes, un khmer rosso avanza di un chilometro in direzione di Phnom Penh” ed oggi il numero delle auto di lusso aumenta e con esso la rabbia delle classi disagiate. Al Grand Hotel d’Angkor dai fasti coloniali, il prezzo di un caffè nel 2007 corrispondeva allo stipendio mensile di un Cambogiano: sei dollari. “E per noi cosa rimane? Poco. Il biglietto per entrare ad Angkor Wat costa venti dollari: un enorme giro di soldi, visto l’afflusso di turisti. Ecco, non pensate però che i villaggi intorno siano cambiati. Continuano a non esserci acqua potabile, elettricità, fogne. Gli ospedali? Quelli migliori sono costruiti e gestiti da organizzazioni straniere. Di questa nuova ricchezza, però, ai Cambogiani non arriva nulla: l’aeroporto è in mano a una società francese, i templi a un gruppo petrolifero vietnamita.” (da Aki Ra, “Non calpestare le farfalle”) Accanto agli antichi problemi, ora ne nascono di inediti: se un tempo la denutrizione e le malattie non avevano mai presentato questa situazione ai tempi del regime di Pol Pot, ora nelle periferie delle grandi città si moltiplicano i bordelli e la prostituzione minorile è ormai diventato un dramma della Cambogia moderna. Storie come quella di Sa Rouen, bambina di dieci anni condannata al bordello dalla madre vedova malata di Aids, sono comuni in vie come “la Digue” di Phnom Penh, frequentate soprattutto da ricchi barang (‘stranieri’ in Khmer) cinesi o venuti dai paesi occidentali.
“Mi fa l’effetto di una donna fragile che si trucca in modo eccessivo per nascondere le rughe, senza accorgersi che fanno parte della sua personalità” (da Claire Ly, “Ritorno in Cambogia”) Così si esprime Claire Ly riferendosi a una delle tante città della Cambogia di oggi; e questo si può dire anche di Phnom Penh: sotto la collina ove riposa il mitico Naga si estende una città viva di ‘tuk tuk’ e mobylette, che si disperdono rumorose per le vie a tratti asfaltate a tratti non della capitale, nei quartieri ove case lussuose si alternano a baraccopoli e nella stagione secca aleggia quella terra rossa che impregna i vestiti. E se è vero che il Cambogiano con abilità nasconde la sua essenza dietro a un sorriso, il miglior modo per capire questi luoghi è dunque esserci.
Giulio Braini