Un antico mito assiro, riportato anche dal ceco Jan Patocka, nei suoi “Saggi eretici sulla filosofia della storia”, vuole gli uomini creati dagli dei del Cielo, da membra di semi-dei, per un fine alquanto bizzarro, eppure comprensibilissimo: far loro sbrigare le faccende più faticose, le quali, s’intuisce, in origine gravavano dunque sulle spalle degli esseri celesti. Nell’inesorabile avvicendarsi storico di “sfruttatori” e “sfruttati”, tale mito, ha subito continue rielaborazioni a vantaggio di despoti e potenti, “delegati divini in Terra”. Uno sterminato corollario di miti, quindi, più o meno simili l’uno all’altro, attorno alla fatica come condanna a tempo indeterminato e/o perdita dell’originaria felicità, rende l’idea di quanto il lavoro sia da sempre inviso all’uomo. È tema ricorrente la caduta dell’uomo, dalle nuvole nella leggenda, dalle impalcature oggi. Da sempre egli deve guadagnarsi il pane innaffiando l’ingenerosa terra con il sudore della propria fronte, se non con il sacrificio del sangue, e trovare edulcorati motivi consolatori alla sua condanna.
Il tema del lavoro, che nei giorni nostri torna quanto mai attuale, è stato pure oggetto di speculazioni filosofiche. Nella rielaborazione marxiana, esso, è alienazione da se stessi, se tutti gli altri animali, infatti, dedicano il loro tempo eminentemente ad attività nelle quali si sentono appagati o rigenerati, la stragrande maggioranza degli uomini lotta invece per avere un lavoro (possibilmente a tempo indeterminato, come la condanna divina del resto) e conservarlo; esso gli consente di occupare uno “spazio”, di cui egli ha bisogno vitale nella Società in cui si rapporta con i suoi simili, ma in realtà in esso, nel “Dio lavoro”, secondo la visione di Marx, perde del suo, l’uomo, animale anomalo, “scimmia malata” (per dirla con Unamuno), lavora, ma solo in vista di un futuro meritato riposo, in vista di un tempo in cui potrà dedicarsi ad altre attività, le più svariate, nelle quali si senta davvero rigenerato, appagato, ma alle quali, in realtà, non può dedicare che un’infima percentuale della sua esistenza. L’uomo è doppiamente sfortunato, in quanto non solo muore, per così dire, “di vivere”, come del resto tutti gli altri “esseri viventi”, ma muore anche “di lavorare”, immolato da qualche “demone” sull’altare del “Dio lavoro”, egli è vittima sacrificale, in un mondo in cui davvero l’uomo qualunque è sempre più “fatto per lavorare”, piuttosto che “il lavoro per l’uomo”.
I nomi delle migliaia di morti e infortunati sul lavoro, eminentemente nei cantieri edili, attraversano il nostro paese da Milano a Catania come una profonda, gravissima ferita purulenta, alla quale i più restano indifferenti, come se non ne avvertissero il dolore. Una carente e lacunosa legislazione, una spesso inadeguata, se non del tutto inesistente, applicazione delle norme, nonché la mancanza di una coesa e combattiva opinione pubblica (specie in certe zone del Paese maggiormente depresse, poco sensibilizzate e molto disinformate) fa sì che negli ultimi anni si sia fatto meno, in quanto a sicurezza sul lavoro, di quanto non fosse stato fatto nei vari governi Giolitti agli inizi del secolo scorso.
Lo Statuto dei Lavoratori, all’articolo 9, dice: “I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica”. La figura del rappresentante, introdotta più di trent’anni fa e presa allora in prestito a giurisdizioni, quali quella francese e quella tedesca federale, di gran lunga più avanzate della nostra al riguardo, promuove l’attuazione delle misure di prevenzione, formula osservazioni in caso di visite di verifica, avverte il responsabile dell’azienda dei rischi individuati nel corso della sua attività, può far ricorso alle autorità competenti, etc. Posto che tale figura comunque non può esistere in una situazione di illegalità e lavoro nero, sembra utile sottolineare che l’obbligo di consultazione, da parte del datore di lavoro, non equivale affatto a parere vincolante per quest’ultimo.
A partire dagli anni ’90 non si è più voluto parlare di “rischi che non possono essere evitati”, piuttosto si è iniziata a promuovere una certa preparazione al fine di garantire una sempre maggiore consapevolezza dei pericoli che esistono in azienda per giungere ad una riduzione dei rischi. Primo attore della sicurezza dev’essere il datore di lavoro. Proprio il datore di lavoro è invece, ancora oggi, spesso attore di situazioni di sostanziale in-sicurezza. Lapsus, come li chiama efficacemente Marco Rovelli, come a dire “il ritorno di un rimosso, di un evento respinto nell’inconscio che, all’improvviso, torna fuori, una dimenticanza che torna a galla”, o, più semplicemente, una “scivolata” (lapsus) appunto. Si muore per distrazione infatti, per incompetenza forse, talvolta, ma senz’altro troppo spesso per inosservanza di semplici norme, piccoli accorgimenti, da parte di alcuni datori di lavoro, criminali o irresponsabili, e per la mancanza di un’adeguata politica di informazione e sensibilizzazione (anche nei confronti dei “non interessati direttamente”) da parte dello Stato e dei mass-media. È soprattutto evidente che questi ultimi si “appassionano” al problema solo quando succede qualcosa di talmente macroscopico (posto che un padre di famiglia o un figlio precipitati da un’impalcatura non rappresentino di per sé un “problema macroscopico”) da non essere più “ignorabile” (specie se magari succede nel centro di una grande città), ma ignorano forse, che un cittadino qualsiasi, minimamente informato, se avesse voglia di approfondire potrebbe agevolmente scoprire che di morti sul lavoro ce n’è tutti i giorni, specie nei cantieri edili, moltissimi sono lavoratori non regolari, immigrati clandestini sfruttati come schiavi o italiani costretti al lavoro nero per motivi di particolare disagio. Lo Stato invece ha fatto sì che il problema della sicurezza sul lavoro sia diventato un problema né di destra né di sinistra, perché fondamentalmente scartato dalle tenzoni politiche o comunque sempre marginale, forse trascurando la forza politica che potrebbe rappresentare una massa di lavoratori coesa, informata, tutelata, mentre d’altro canto si può notare, senza essere comuni moralisti, quanto il progresso tecnologico sia sempre più volto a schiacciare l’uomo o quantomeno “alienarlo” da sé, piuttosto che tutelarne i diritti e l’incolumità sul posto di lavoro.
Eppure la Costituzione Italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” (“l’anche-troppo-a-sproprio-citato” art.1).
L’art.35 garantisce che “la Repubblica tutela il lavoro in tutte le forme e applicazioni”. Ciò, evidentemente, non può avvenire senza una seria politica di lotta senza quartiere al lavoro nero e alla inosservanza delle basilari norme di sicurezza (quante impalcature, ad esempio, si possono ancora vedere con pericolanti tavole di legno e/o senza rete elettrosaldata né tavola fermapiedi?), senza una politica di indagini a tappeto sul posto, una legislazione che consenta agli organi preposti irruzioni nei cantieri, ispezioni improvvise (durante le ispezioni è frequente vedere operai che scappano perché non in regola), agenti in borghese che monitorino e documentino sistematicamente le situazioni ove c’è pericolo e inosservanza delle leggi e le denuncino al fine di far intervenire la Magistratura, o che, eventualmente, nell’emergenza immediata possano intervenire senza bisogno di mandato (quante volte i mandati arrivano troppo tardi?!).
Specie alla luce dell’art.41 che dice: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, viene da chiedersi: quale dignità umana in una moglie privata del marito, in una madre senza più figlio, in un figlio senza padre? Non sarebbe poi anche ora che la nostra legislazione desse un taglio netto al lavoro nero proprio a partire da una più seria politica “restrittiva” che non consenta che imprese edili senza dipendenti possano iscriversi alla Camera di Commercio oppure che imprese con dipendenti morti in cantiere il giorno stesso che sono stati messi in regola possano continuare ad operare? Una politica che non lasci in una scandalosa impunità gli impresari edili che non si curano della tutela dell’integrità fisica dei loro dipendenti, una politica in virtù della quale non può accadere che un lavoratore su cinque debba aprire un contenzioso con l’Inail per vedere riconosciuti i propri diritti, spesso costretti a provvedere da soli alla propria guarigione. Oltre 13 mila infortunati, nel 2004, hanno impiegato da un minimo di quattro mesi ad un massimo di quasi tre anni (500 casi circa) per ottenere un indennizzo. Dov’è finita allora “la retribuzione proporzionata (…) e in ogni caso sufficiente ad assicurare (al lavoratore e alla sua famiglia) una esistenza libera e dignitosa”, citata nell’articolo 36? Emerge inoltre in numerose indagini la scarsa presenza delle istituzioni, locali e governative, nelle politiche di sostegno finanziario e psicologico del lavoratore e della sua famiglia. Nelle pratiche di reinserimento sul posto di lavoro, il supporto fornito dalle istituzioni, secondo i lavoratori intervistati, è sostanzialmente assente e le imprese tendono ad emarginare il lavoratore infortunato fino ad arrivare, talvolta, al licenziamento. Ciò è spia anche di un carente sistema di collocamento per gli invalidi che dovrebbe essere volto all’attivazione di percorsi formativi mirati a individuare nuove professionalità. Del resto solo un’armonia fra le parti e un rapporto umano instaurato fra datore e lavoratore sarebbe il primo passo verso un grande cambiamento: la sicurezza di un lavoratore è frutto di un insieme di rapporti. Art.38: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. Com’ebbe a dire Miguel de Unamuno, ogni uomo dovrebbe rifiutarsi di obbedire a “superiori” che non tengano in considerazione di aver a che fare con uomini, appunto, esseri di carne ed ossa, sentimento, non macchine da spremere fino all’ultimo. Uomini che scivolano, cadono, si infortunano, o magari non hanno più i riflessi di un tempo, e conservano le loro cicatrici nel corpo e nell’animo, irreparabilmente, per sempre.
Oltre al problema dei tempi d’indennizzo, più o meno lunghi (causa, sovente, di una fase di mancato reddito), al lavoratore spesso si presenta un ammontare d’indennizzo generalmente insufficiente, perché gli stipendi degli edili sono molto bassi, perché c’è un’elevata presenza di lavoro irregolare che riduce l’ammontare registrato nelle buste paga, perché gli indennizzi per danno biologico sono rapportati al “grado di invalidità”, spesso sottovalutato. Il lavoro edile, inoltre, a differenza di molti altri, comporta in questi casi assenza di lavoro per impossibilità ad operare nel cantiere, se non, addirittura, la fuoriuscita dal mercato. Basso ammontare della rendita, ritardo nei pagamenti, mancanza di supporto tecnico e psicologico, spingono, in alcuni casi, il lavoratore, a denunciare l’infortunio come malattia, per ottenere più facilmente i soldi. Questa denuncia, si capisce, non equivale ad una denuncia di infortunio nei confronti del datore inadempiente. È opinione diffusa che l’Inail, nella definizione dell’infortunio, dovrebbe considerare anche le, talvolta gravi, conseguenze per la salute mentale dell’infortunato, nonché della famiglia. “Da quel momento sono entrata in una realtà che non conoscevo, che non era più la mia, fatta di sofferenza, di solitudine, di disperazione. I Carabinieri decisero di farmi riaccompagnare a casa. Nel tragitto del ritorno avevo un pensiero fisso: come avrei fatto a dire ai miei bambini che il loro papà non sarebbe mai più ritornato a casa? Come avrei trovato le parole giuste?”, queste le parole di Ilaria Pastorello, vedova del carpentiere morto sul lavoro (nel 2008) Fabio Castaldelli. Parole drammatiche, da tragedia, che rendono l’idea di quale sia la condizione psicologica dei famigliari (madre e due figli in questo caso) delle vittime. I figli di Ilaria da allora guardano ogni sera il cielo stellato chiamando “papino” la stella polare.
Le istituzioni nel complesso sembrano incapaci di supportare un reale processo di riaffermazione individuale e di ricostruzione dell’identità per chi subisce un infortunio sul lavoro, componente, questa, meglio sviluppata in altre legislazioni europee.
“Sull’altare della chiesa, come un’icona dei sacrifici umani”, l’immagine efficace e potente che usa Rovelli raccontando la vicenda, una fra le tante, di un muratore che due anni fa, a Catania, probabilmente per un malore, ma senz’altro se ci fossero state le sicurezze necessarie non sarebbe caduto da un lucernario, precipitò dal tetto della chiesa e morì.
La storia di Salvatore Romeo, raccolta nell’inchiesta “Lavorare Uccide” del Rovelli, assomma una serie di elementi che si trovano, in genere, nelle vicende di morti nel settore edile. Lavorava al mulino di Santa Lucia di Catania, che il Comune aveva deciso di ristrutturare. L’8 febbraio del 2000 morirono due persone lì dentro, che qualcuno cercò di far credere si trattasse di “due ladri che magari volevano rubare qualche attrezzo”. La moglie del più giovane dei due (Romeo) sapeva che era stato chiamato a lavorare lì. La cosa non poteva reggere, per fortuna, benché ciò ci lasci un inquietante domanda: se non fosse intervenuta la moglie o magari qualcuno l’avesse “tacitata”?
Due sindacalisti testimoniarono che quei lavoratori erano stati visti lavorare “in condizioni impossibili”. Li avevano invitati a scendere, ma, viene da dire: “quanto sa di sale” il pane che per forza bisogna portare la sera a casa, anche a costo di lavorare a rischio della vita stessa! I due sindacalisti andarono il giorno dopo a chiedere la licenza al comune, anche per capire quale fosse la ditta che stava facendo i lavori, visto che davanti al cantiere non c’era nessun cartello come la legge richiederebbe. Risposero loro che ci sarebbe voluto qualche giorno per sapere, purtroppo la disgrazia è stata più veloce. La moglie racconta: “Aveva pattuito una paga settimanale di 300 mila lire dal lunedì al sabato, ma non gliela davano. Così aveva smesso di andarci al cantiere” ma poi “quello lo convinse a lavorare ancora per una settimana”, “poi ti do tutto”, aveva promesso. Il solaio era antico, fatto di lame di ferro, loro lo dovevano tagliare con la fiamma ossidrica lasciando in piedi solo i muri perimetrali antichi, per fare tutto nuovo all’interno. Un lavoro che avrebbe dovuto esser fatto puntellando la struttura vecchia, utilizzando ponteggi interni ed esterni, invece all’interno non c’erano. Lavoravano senza alcuna misura di sicurezza, erano sullo stesso solaio che stavano tagliando: tagliavano un pezzo di ferro e con la mazza lo facevano cadere a terra. Un bambino capirebbe che per una comune legge statica quell’operazione non poteva reggere. Il solaio infatti cedette.
La vedova non ha ancora ricevuto risarcimento, i quattro imputati sono stati condannati ad un anno e mezzo di reclusione e a pagare una provvisionale alla famiglia. Fra l’altro, l’uomo che ingaggiò Salvatore, era un pregiudicato mafioso, specializzato in appalti di opere pubbliche. Per quanto riguarda la provvisionale gli imputati risultarono tutti “nullatenenti”, l’indulto fece il resto.
La vedova vive ora di 700 euro al mese, i figli, appartengono ad una categoria protetta, in quanto orfani del lavoro, ma dopo tre anni dalla maggiore età nessuna chiamata. Oltre all’indifferenza della Legge che emerge da questi due ultimi fatti, da questa vicenda emerge un altro grosso problema: ditte appaltatrici criminali che operano nell’impunità, quasi alla luce del sole, che in realtà non dovrebbero poter fare nulla. Spettro inquietante che si ripresenta costantemente, a quanto pare ancora di recente a proposito di TAV e ricostruzione in Abruzzo.
Resta il fatto che sono comunque inammissibili corse agli appalti da parte di ditte che gareggiano al massimo ribasso, dal momento che, come si sa, a rimetterci è sempre puntualmente la sicurezza, infatti proprio dal risparmio su di essa esce il profitto, in tali casi, non dalla spesa per i materiali, che hanno un prezzo e da quello non si può prescindere.
“La condizione di Salvatore”, dice Turi, il sindacalista che si prese a cuore la situazione, sottolinea una realtà, quella catanese, di “degrado totale, ove si è costretti ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione”. Nella provincia di Catania si considera che ci siano circa sei morti all’anno nell’edilizia. Spesso i sindacalisti siciliani, e non solo, si trovano ad avere a che fare con prestanome, “del resto”, dice Turi, “chiunque può improvvisarsi imprenditore edile, non è richiesta nessuna particolare esperienza o formazione, basta andare alla Camera di Commercio e aprire una partita Iva con la causale: imprenditore nel settore della costruzione. Qualcuno propone una patente nei lavori a rischio”.
Non si può non tener conto, leggendo questi dati, che il settore dell’edilizia è in Italia, fra i settori produttivi, quello che tira di più il PIL, ma questa crescita ha un costo umano, infatti il settore edile è anche quello che in Italia fa registrare quasi un quarto di tutti i casi mortali, dove cinque infortuni su cento denunciati (innumerevoli quelli che non vengono regolarmente denunciati, che secondo l’Inail potrebbero pure raggiungere la spaventosa cifra di 200 mila) comportano menomazioni permanenti e invalidità. Nel 2006, nel settore edile, sono morte 258 persone: uno su sei è immigrato e il 49% dei casi avviene al Nord, specie in Lombardia, “dove è sì più concentrato il mercato, ma dove la maggior ricchezza dovrebbe consentire una quota più alta per la sicurezza”, secondo il Rovelli. Oltre il 45% muore cadendo dall’alto, il 25% travolto da una gru o da un carrello elevatore o da una ruspa, il 15% colpito da materiali di lavoro, il 10% coinvolto nel crollo di un ponteggio, il 5% folgorato. Solitamente gli incidenti mortali dipendono da scelte effettuate prima dell’inizio dei lavori, le cadute dall’alto ad esempio possono essere prevenute mediante una differente concezione delle architetture, delle attrezzature, dei materiali e dei posti di lavoro. Molti dipendono dall’esecuzione di attività simultanee incompatibili, dovute a mancanza di organizzazione nel cantiere.
Donato Venditti, un sindacalista operante nel torinese, racconta di un ragazzo diciottenne, Sebastiano, che rimase fulminato sotto i cavi dell’alta tensione toccati dal braccio della gru di un collega che si era allungato troppo. Chi la guidava non era il gruista, che al momento non era presente, particolare “trascurabile” quando bisogna fare tutto in fretta, tanto che quando Donato giunse sul luogo tutto era tornato in azione, operai e macchinari all’opera, come in una catena di montaggio che ha avuto un intoppo ora risolto, come se nulla fosse. “Se non c’è il gruista bisogna fare lo stesso. Se muore un operaio, bisogna andare avanti comunque: c’è il capocantiere, che organizza le squadre, il suo compito è quello di farle lavorare il più in fretta possibile, se lo fa c’è il premio di produzione”, afferma con una nota di tristezza il Venditti. Ciò che impressiona è l’indifferenza, la rapidità con cui si digerisce la morte, la morte tragica e improvvisa di un diciottenne lavoratore, l’indifferenza per l’essere umano, per il diritto di “essere umani”.
Indicativo caso di ribellione quello avvenuto alla Fiera di Milano, quando tre ragazzi, a seguito della morte di un muratore vicino a loro, indissero un’ora di sciopero (fra l’altro pioveva, quando piove di regola non si lavora, ma del resto non c’è da stupirsi, sul lavoro si muore anche di domenica!). Il caporale intimò ai tre che se non volevano lavorare potevano andarsene, non avrebbero nemmeno avuto i soldi dovuti. I tre ragazzi allora salirono su una gru, si barricarono lassù, cominciarono a gridare. Un evento inatteso che turbò profondamente la pace del dirigente della Nuova Polo Fiera, società che gestiva l’appalto, che intervenne con tre assegni. La ditta per la quale lavorava il caporale venne sospesa dai lavori, i tre ragazzi se ne scapparono lesti. Nessuno avrebbe loro data l’adeguata protezione se avessero raccontato certe cose.
“Perché proprio a me? Non ho fatto nulla di sbagliato!”. Sono le prime istintive considerazioni da parte di chi, come l’infortunato Massimo Anselmo (autore dell’articolo “Come si muore nei cantieri”, apparso sul sito di Filca Cisl Piemonte) ha seriamente rischiato la vita in un cantiere. Per poi infine considerare che “negli incidenti sul lavoro non esiste la sfortuna, ma soltanto una sbagliata valutazione dei rischi”.
Secondo lo studioso Sergio Bologna un problema rilevante è il fenomeno “culturale” italiano delle piccole imprese edili, infatti “le imprese hanno continuato a decentrare, subappaltare, esternalizzare. Sempre più frammentazione, sempre meno tecnologia, sempre più persone che lavorano senza capitali, senza sussidi, che vivono solo del proprio capitale umano. Le imprese italiane spendono per la sicurezza, in relazione al PIL, poco più di mezzo punto percentuale, in Francia tre volte tanto, in Svezia sei”.
Aggravano, talvolta, la triste vicenda delle “morti bianche” nel nostro Paese le leggi. Se è vero infatti che con la legge Bersani i lavoratori in nero sono diminuiti, sono aumentati i contratti part-time di circa il 60% , benché quasi nessuno vada in cantiere per quattro ore, si va per finire. “Lavoro grigio” lo chiama Rovelli, secondo il quale il concetto è: “Tu lavori otto, dieci ore, io te ne pago quattro, per pagarti tu mi firmi la busta paga, e una volta cha hai firmato non puoi più contestare nulla”. Soprattutto poi la legge continua a fare cilecca. Dall’indagine svolta in “Lavorare Uccide” emerge che nel 2007, ad esempio, “sono stati chiusi 800 cantieri dopo 2 mila ispezioni, ma quasi tutti dopo due giorni erano riaperti”.
Alla base di tutto si ha infine motivo di affermare che resta un profondo problema culturale: l’opinione pubblica andrebbe sensibilizzata, a partire dalle scuole, con l’introduzione dello studio di tali insegnamenti d’interesse etico-civile nelle ore dedicate alle materie umanistiche, con più interesse da parte dei mass-media e maggior spazio a chi si occupa del problema con serietà e impegno, magari inascoltato da anni, nonché un’adeguata formazione finanziata da datori di lavoro e Stato che dia origine a dei “lavoratori consapevoli e responsabili”, consapevoli dei propri diritti, responsabili in quanto consci dei rischi cui vanno incontro affrontando determinati pericoli (senza sottovalutarli) e responsabili davanti ai colleghi delle proprie specifiche competenze (es: chi fa il gruista faccia il gruista, ma chi non lo è non si improvvisi tale), sensibilizzazione degli apparati che si occupano di appalti pubblici, restrizioni da parte delle Camere di Commercio che richiedano agli imprenditori edili un brevetto ottenuto a seguito di un corso di formazione di livello. Per portare avanti quest’operazione di profondo cambiamento del settore è necessario che ciascuno collabori e si prenda le proprie responsabilità nei confronti di un “utile collettivo” più giusto, dignitoso e umano, anche quando il problema in questione non lo riguardi direttamente.