Una volta, in un libro sulla guerra in Kosovo, ho letto queste parole: “nemmeno io ho mai capito le guerre, finché non ho avuto la mia”. Come osservò giustamente Seneca, molto prima, nel difendere il servus come essere umano, che quindi va trattato come tale, non è possibile rendersi conto della situazione altrui se in essa l’osservatore non prova ad immedesimarsi, se esso non si rende conto della precarietà della propria posizione più fortunata e che la propria storia può rivoltarsi da un momento all’altro e precipitare ai più infimi livelli. Quando sono stato in Argentina, ad esempio, oltre alle baracche marce e ai condomini fatiscenti dei quartieri più poveri e degradati, oltre agli indios e ai disoccupati accampati nelle piazze, oltre ai bambini e ragazzi di strada, agli abbandonati veteranos de las Malvinas (moltissimi morti suicidi in questi 25 anni trascorsi dalla fine della Guerra nelle Falkland), agli ormai celebri cartoneros, ho visto non pochi ex-medici, avvocati, liberi professionisti ridotti, dalla crisi, a barboni, fantasmi di sé stessi, dormire sulle panchine o dove capita.
Diritto fondamentale dell’uomo è creare, curare e conservare un proprio spazio, sicuro ed inviolabile, eredità della polis greca. Secondo Hannah Arendt, questo spazio, viene progressivamente perso dall’uomo comune nei totalitarismi e nelle moderne società di massa, dove una maggioranza sempre più compatta, univoca e uniforme, ha la meglio sulle menti indipendenti e sul libero pensiero, quest’ultimo, diritto irrinunciabile dell’uomo, garantito in una società “paritaria”, che non è lo stesso di ciò che, in realtà, ne rappresenta la deriva: la società “egualitaria”. Da ciò il sostanziale fallimento delle rivoluzioni Francese prima, e Russa poi, contro la sostanziale duratura vittoria di quella Americana.
Proprio come la nostra Repubblica Italiana, a quanto recita la Costituzione, tale spazio, vitale per l’uomo comune, si fonda essenzialmente sul lavoro, sulla possibilità quindi, propria della civiltà, di seguire le proprie personali inclinazioni, imparare un “mestiere” e praticarlo, mettendosi a disposizione della Società, dello Stato e soprattutto della propria famiglia. Da questa “forzatura” dell’umana natura, marxiana “alienazione”, scaturiscono tutti gli altri diritti: alla famiglia, all’oikos, al miglioramento di sé stessi, alla vita politica attiva, etc.
Tuttavia la Storia insegna che, nel ciclico avvicendarsi fra “sfruttatori e sfruttati”, che porta l’uomo qualunque ad una qual certa “patockiana problematicità”, ovvero, a interrogarsi su sé stesso, sul “senso”, nonché sull’assurdità, della propria esistenza e della Storia, il diritto al lavoro è spesso leso: negato o “forzato”. Basti pensare alle neppure troppo antiche servitù della gleba (specie nella Russia zarista) e manodopera schiavile, attraverso le quali si teneva a bada un popolo inerme, grossolano e ignorante, o, nel secondo caso, lo si riduceva in perpetua sudditanza incondizionata, alla stregua d’un comune “mezzo agricolo”, per dirla con Catone il Censore. Basti pensare all’incessante tratta di donne dall’Est Europa o dall’Africa sub-sahariana, allo sfruttamento massiccio di minori nel traffico della prostituzione in Cambogia, Vietnam e Thailandia, alle enormi difficoltà in cui hanno versato, e versano ancora, larghi strati della popolazione di colore statunitense, malgrado la speranza offerta al Mondo dall’elezione alla Casa Bianca di un uomo “di colore” appunto, difficoltà in cui ancora vivono i poveri sudafricani delle periferie di Johannesburg, nonostante il regime di apartheid sia caduto da ormai oltre quindici anni. Si pensi agli Ebrei nei lager, ove “il lavoro rendeva liberi”, ai “dissidenti” dell’area sovietica condotti, anch’essi a milioni, su vagoni piombati verso la Siberia, si pensi agli armeni deportati a inizio secolo, etc.
Dice Solzenicyn, in “Arcipelago Gulag”, che uno dei momenti più “belli” della sua vita fu quando dalla cella d’isolamento, in cui fu detenuto durante gli interrogatori, fu spostato in una cella fra altri prigionieri, altri esseri umani, nelle sue medesime condizioni, i quali gli fecero ricordare di essere “umano”. Il peggiore pericolo per i diritti umani è infatti l’indifferenza alla morte, alla vita, al sangue, alla sofferenza patita dall’umanità intorno, il dimenticarsi di essere umani. Più viene a mancare il diritto ad “essere umani” nel proprio “spazio”, più l’individuo si “disumanizza”, viene annullato, un automa in balìa dei suoi carnefici, come i prigionieri politici dell’ESMA, incappucciati in una nera soffitta, seviziati e percossi, avvolti in una tetra atmosfera, di grida indistinte di giovani donne torturate che davano alla luce orfani (i più ancora oggi cercati dalle Abuelas de Plaza de Mayo), prima di essere buttate dagli aerei in volo. Non solo, ciò che è peggio è proprio che, in tali condizioni, come analizzato anche dalla Arendt, l’uomo comune, privato di sé stesso, può, anzi talvolta deve, incalzato dagli eventi, diventare carnefice della sua immagine riflessa nei perseguitati: la “banalità del male”. Onesti impiegati, insospettabili dipendenti pubblici convertiti in spie, aguzzini, torturatori che trovano il modo di sfogare i più atavici e peggiori istinti umani, coi quali non abbiamo mai definitivamente cessato di fare i conti. Oppure prigionieri o soldati costretti al “bellum omnium contra omnes”, per dei vestiti (come in un racconto di Salamov), per un mestolo di pessima zuppa, per conquistare più spazio in una trincea o un posto riparato, per difendere degli effetti personali, per semplice “istinto di sopravvivenza”, che, talvolta, conduce ai suoi esiti più estremi, al cannibalismo.
“Homo homini lupus”, afferma Plauto. La Storia conferma che tale aspetto è sempre in agguato, in ciascuno di noi: tutti, sembra affermare in ultima istanza, la Arendt, provocatoriamente, “potenziali Eichmann”.
Se è vero che è la lingua che parliamo la nostra vera patria, non la terra che abitiamo (dove possiamo essere stati deportati o costretti a immigrare), si pone, nel lungo elenco dei diritti umani e civili violati, quello all’autodeterminazione, nonché alla conservazione e tutela delle proprie radici e tradizioni: i Baschi, o i Rom sparsi per l’Europa, che con tenacia continuano, malgrado tutto, da secoli a parlare la loro lingua e conservare i propri irrinunciabili costumi, ne sono un esempio. Assimilabile a questi ultimi diritti citati è senz’altro quello, reclamato da molti e per i più inascoltato, alla conservazione dell’ambiente naturale dei luoghi ove interi popoli vivono da generazioni. Si pensi alla Nazione Navajo, ai Mapuche cileni (vergogna tutta italiana firmata Benetton), agli indios del Chapas, ai Boscimani del Kalahari (recentemente insigniti del prestigioso Premio Nobel Alternativo), agli Inuit, etc. Realtà geografiche diverse e lontane fra loro, minoranze linguistico-culturali unite dalla sottomissione a culture straniere e ostili.
Anche l’Italia fascista si è macchiata di crimini di prepotenza culturale nei confronti delle minoranze slave ed alto-atesine attraverso l’italianizzazione forzata di quelle genti (benché ciò non giustifichi affatto le barbarie inflitte nel dopoguerra agli italiani di Istria e Dalmazia).
Una delle pagine, a questo proposito, più vergognose, nella storia europea recente, riguarda senz’altro la vicenda nordirlandese, in quanto avvenuta nel cuore dell’Europa e più precisamente nella “culla” delle Democrazie Occidentali: il Regno Unito.
Nel non lontano 1971 un atto promulgato dal governo Thatcher, poi denunciato dalla Commissione Europea per i Diritti Umani, lo Special Powers Act, consentiva di fatto la tortura:
-esercizi fisici estenuanti,
-privazione sensoriale, ottenuta tenendo sempre incappucciata la persona, con conseguente difficoltà respiratoria,
-privazione del sonno,
-somministrazione di cibo e acqua in quantità esigue, ad intervalli irregolari,
-esposizione ad un forte e continuo rumore meccanico,
-essere spinti fuori da un elicottero della polizia, ad un metro e mezzo d’altezza, con gli occhi bendati, dopo essere stati convinti di volare sopra Belfast,
-percosse brutali,
-assalti di cani,
-essere costretti a camminare a piedi nudi sopra pezzi di vetro e sotto i colpi di manganello dei secondini,
-dover pulire con la lingua il secchio della cella che fungeva da WC,
-schiacciamento manuale dei testicoli,
-costrizione alla nudità.
Ritorna poi anche nella vicenda dell’Ulster il violato diritto al lavoro: cattolici discriminati e disoccupazione all’86%, negli stessi anni, nel quartiere cattolico di Ballymurphy a West Belfast. Cifra che scendeva al 20% per la popolazione protestante. Discriminazione che indi si ripercuoteva pure sull’assegnazione delle case.
Per rispondere, inoltre, alle continue intimidazioni, irruzioni nelle case, molestie, incendi, uccisioni settarie compiuti da gruppi estremisti protestanti (perpetrate più o meno ininterrottamente dal ‘700), il 30 gennaio 1972 (giorno passato alla storia con la canzone “Sunday Bloody Sunday”) 20.000 dimostranti cattolici disarmati scesero in piazza nella città di Derry. Un reggimento speciale inglese aprì il fuoco su di loro e morirono 14 persone inermi. Ciò decretò la fine del Civil Rights Movement (movimento che cercava, attraverso la lotta non violenta, di ottenere maggiori diritti civili per i cattolici), l’inasprirsi degli scontri e il progressivo aumento di aderenti, specie fra i giovani, alla Provisional IRA, l’ala armata dell’IRA, decisa a portare avanti con la forza la “lotta di liberazione”. Del resto la polizia era sostanzialmente tollerante nei confronti dei gruppi paramilitari lealisti, anche quando questi lanciavano pietre e bastonate su pacifici manifestanti contro il governo inglese, il quale, proprio a partire da quegli anni, impose il governo diretto da Londra, la detenzione preventiva di 72 ore senza necessità di mandato, perquisizioni a tappeto senza mandato, la censura della posta ai prigionieri (Bobby Sands, “Un giorno della mia vita”), abolizione del diritto al silenzio e alla privacy, tribunali speciali tenuti da un solo magistrato senza giuria e, di fatto, una legge marziale che ricordava i peggiori governi sudamericani del tempo.
Fino agli anni ’90, i soldati inglesi, unici in Europa, hanno potuto sparare sulla popolazione civile con proiettili di plastica di 10 cm che hanno causato la morte anche di diversi bambini.
Le umilianti perquisizioni ai posti di blocco, il filo spinato, soldati pesantemente armati a pattugliare giorno e notte: uno scenario da fantascienza continuato fino agli anni ’90, così descritto nei reportages di Silvia Calamati e in quelli dell’International Helsinki Federation for Human Rights. Fino al ’94, data del cessate il fuoco dell’IRA (unico caso al mondo nel quale è stata richiesta la deposizione delle armi ad una sola fra le parti al tavolo delle trattative), il Broadcasting Ban, non ha consentito una reale libertà d’informazione nel Regno Unito, non potendo essere pubblicate inchieste o saggi compromettenti sulle condizioni carcerarie, sulle azioni militari, sulle attività dei servizi segreti, né interviste al capo del Sin Fein nordirlandese Gerry Adams, né al deputato laburista, favorevole al ritiro militare dall’Ulster, Ken Livingstone. Censura denunciata a più riprese da numerosi e noti giornalisti inglesi.
Nel ventennio dei cosiddetti Troubles, sono morti oltre 1200 cattolici (dei quali oltre 900 civili, tanto che quasi ogni cattolico nordirlandese ha almeno un parente che è stato ferito, ucciso o arrestato in quegli anni), circa 600 protestanti (di cui quasi 200 terroristi unionisti) e più di 800 fra agenti di polizia e militari. Il governo inglese si è avvalso dell’MI5 per togliere di mezzo non pochi avversari dell’area nazionalista, come nel periodo coloniale, e del diritto a “sparare per uccidere” dei SAS (come accadde nell’88 a Gibilterra contro due nazionalisti disarmati sospettati di terrorismo). Le evidenti violazioni dei diritti umani, avvenute in quei vent’anni in Gran Bretagna, sono state frequentemente denunciate da tutte le commissioni per la tutela dei diritti chiamate in questione (fra le quali Amnesty), nonché da avvocati illustri e membri del clero, non ultimo Papa Giovanni Paolo II nella sua visita.
Oggi a Belfast non esistono più i “peacewalls”, però le scuole di gaelico sono ancora pochissime, i cattolici vivono ancora di fatto segregati nei loro vecchi quartieri-ghetto, divisi dalle zone protestanti, dove è ancora oggi difficile veder circolare un cattolico romano. Però sono tollerate le manifestazioni degli unionisti, i loro simboli, bandiere e murales che ritraggono tetri terroristi della UDA in passamontagna, mentre invece i simboli dell’IRA e del nazionalismo nord-irlandese repubblicano sono ancora fuori legge e malvisti. La diffidenza domina ancora i rapporti fra l’una e l’altra parte malgrado il nuovo governo di unione nazionale, fra repubblicani e lealisti, creato nel 2007, fornisca al mondo intero nuove speranze. È ancora calda, infatti, la ferita della tragica sorte di Bobby Sands, giovane leader dell’IRA, a quasi trent’anni dalla sua morte, accaduta nel 1981 (a 27 anni) a seguito del suo sciopero della fame, portato avanti fino alla fine per denunciare le condizioni di detenzione nel braccio del carcere di Long Kesh riservato ai dissidenti: “un carcere nel carcere”. Nelle sue memorie testimonia di sentirsi come “un detenuto di Dachau”, anche lui perseguitato per la sua appartenenza religiosa, razziale (in quanto irlandese) e politica, però, anziché nel Terzo Reich, egli si trovava nella “culla della democrazia”. Alla luce della sua testimonianza è impossibile che la mente non vada ai disumani metodi di detenzione applicati da alcuni militari americani ad Abu Ghraib, in Iraq, nei confronti, fra l’altro, di persone, nella maggior parte dei casi, in seguito rilasciate perché né complici né colpevoli di reati di terrorismo. Quasi alla stregua di quanto avviene quotidianamente in Cina, in Birmania o in Venezuela ai danni di oppositori politici, spesso cittadini innocenti e inoffensivi, frequentemente condannati a morte in assenza di prove.
Diritto al lavoro (retribuito, sicuro e non forzato), alla vita social-politica, ad un’informazione libera e completa, alla privacy, alla preservazione della propria lingua, all’autodeterminazione, ad un trattamento equo e non discriminatorio nei tribunali e nelle carceri, si può affermare, sono diritti umani fondamentali e inalienabili che una società, davvero civile, dovrebbe garantire per la costruzione e la preservazione di quello “spazio” di cui parla la Arendt.
Quando un uomo perde tutto ciò allora è concessa la morte? Di tirannicidi la Storia è piena, per cause fondate e non. Il tirannicidio, come “soluzione” definitiva, viene ripreso e trattato più volte da Seneca a San Tommaso a Vittorio Alfieri. Tuttavia, chi è sempre rimasta gigante nella Storia, è la figura tragica e mitica dell’Antigone sofoclea: icona del martirio di colui che consapevole va incontro alla morte per tutelare la sua umanità. “Per amare, non per odiare nacqui” risponde Antigone al tiranno che la rimprovera di aver seppellito il fratello traditore. Questo misero in atto Bobby Sands e altri nove suoi camerati dopo di lui, così come i ragazzi di Budapest ‘56 che si buttarono disarmati contro i carri sovietici, così come Jan Palach che si diede fuoco in Piazza Vinceslao nel ’68 a Praga e i monaci buddhisti vietnamiti prima di lui, così stanno facendo i dissidenti iraniani e quelli, pure poco seguiti dai media, zimbabwiani, e la lista di questi sacrifici (che nobilitano la bieca avventura storica dell’umana stirpe sulla terra e i suoi tragici bilanci) sarebbe ancora lunghissima. Siano stati piccoli o grandi, gli uomini sono destinati a lasciare un’anima alla Storia, ciò perché lasciano invece un nudo scheletro alla terra; non ultimo, infatti, viene il diritto alla memoria, che è collagene di un popolo, alla sepoltura, alla commemorazione. Chi rinuncia alla sua vita per il bene altrui, come il nostro Salvo D’Acquisto, compie un supremo sacrificio che deve rimanere monito per i posteri, ricordato con devozione. Ciò viene impedito dalla forza occupante ostile e per Jan Palach e Bobby Sands, ad esempio, poté avvenire solo parecchi anni dopo, per altri non avverrà mai. Così i desaparecidos, eroi o vittime innocenti, non rappresentano una realtà solo sudamericana, come suggerirebbe il termine, bensì un qualcosa di esteso a tutto il mondo e perpetratosi nei secoli: uomini scomparsi in fosse comuni privati del fondamentale diritto umano cui chiunque si appiglia in punto di morte, ovvero l’essere ricordati. Temi, tutti questi, ampiamente sviluppati nell’opera foscoliana, nei “Sepolcri”, in particolare, dove si ricorda la fine che fece la salma del milanese Parini, “avvocato” ante-litteram dei diritti umani e civili, persa fra le altre proprio in una fossa comune.
Il perdere diritto alla sepoltura, che ci riporta nuovamente all’Antigone sofoclea e alla profonda e sfaccettata sacralità del suo sacrificio (ella va incontro alla morte pur di posare sul fratello anche solo un pugno di terra), significa anche perdita del diritto all’identità. Persino sotto il dispotismo più atroce, infatti, ove l’individuo è costretto a una dimensione pressoché pre-istorica, alla perdita dell’individualità e alla rassegnata sottomissione al despota, ciò che ci rende umani è il possedere un nome, sapere chi era nostra madre, nostro padre, i nostri nonni, i nostri avi, eccetera, primo timido passo che l’uomo compie nel guadagnarsi uno spazio nella Società. La fossa comune, insieme allo stupro, è senz’altro una delle migliori armi in mano ai vincitori per annientare, ancor prima che fisicamente, psicologicamente e storicamente i vinti, come avvenne nella recente guerra in Bosnia, in Rwanda o come accadde agli italiani infoibati dai partigiani titini.
“Solo coloro che rispetteranno gli Dei dei vinti potranno governare”, scrive Eschilo nell’Agamennone. Forse si potrebbe dire che la Storia, così come la descrive Cioran, è un interminabile elenco di ascese incostanti e cadute prevedibili, proprio perché raramente i vincitori si sono sognati di mettere in pratica tale massima eschilea. Infatti cosa sono quegli “Dei”, se non l’inalienabile diritto a conservare la propria identità, diversa da tutte le altre e, proprio nella sua diversità, ricchezza di un Mondo, auspicabilmente, sempre più umano e civile?
Siamo fatti di carne ed ossa e abbiamo diritto d’essere trattati in quanto tali dai nostri governanti, in quanto “esseri affettivi e sentimentali” prima di tutto, per dirla con Unamuno, ed abbiamo il diritto, pertanto, di poter piangere i nostri morti, credere di occupare uno “spazio” nel Mondo, seppur misero e illusorio, e che qualcuno saprà ove piangerci una volta morti. Il concetto di identità è quanto ci fa credere ciò, ci fa sperare in una “eternità” e ci rende unici ed irripetibili, qualsiasi sia la nostra identità appunto.
Non meno efficaci delle fosse comuni furono, purtroppo, i forni di Auschwitz. Della stragrande maggioranza di quelle “persone nel vento” s’è persa infatti ogni traccia. Di tutti quei bimbi colà “passati per i camini” s’è perso tutto. Eppure ognuno di loro aveva un nome, come dice il titolo di un libro recentemente pubblicato per spiegare la Shoah ai bambini d’oggi. Di loro non sappiamo più a quali giochi giocavano, cosa sognavano, cosa amavano disegnare, qual’era il loro dolce preferito, il loro animale preferito, la loro fiaba preferita. Nulla è rimasto. Ecco dunque che alla luce di queste sconcertanti verità si potrebbe arrivare ad affermare che il diritto umano “più fondamentale”, su cui deve poggiare una società civile e sul quale hanno radici tutti gli altri diritti, è il diritto all’infanzia. Tematica che torna di forte attualità, benché apparentemente ignota ai più a causa della scandalosa indifferenza dei mass media. Bambini soldati costretti a bere il sangue dei genitori, a stuprare le sorelline, ragazzine vittime, in tutto il mondo, di stupri di gruppo “da party del sabato sera”, una esondante quantità di materiale pedopornografico in rete supportato da impuniti movimenti e giornate “d’orgoglio pedofilo”, bambini rapiti usati per estorcere denaro e per ricatti, bambini sfruttati nelle miniere così come nel traffico della prostituzione, vittime d’ogni genere di sevizie (come nella Cambogia raccontata da Marco Scarpati ne “Il rumore dell’erba che cresce”, dove quasi il 90% dei turisti, per lo più occidentali, trascorre infatti in quel paese non più di una notte) sono le amare realtà dei nostri tempi.
Ogni individuo ha diritto all’ingenuità e all’innocenza dell’infanzia per essere domani un Uomo, nel vero senso della parola, poiché, come sostiene il Piccolo Principe, tutti i grandi sono stati bambini in grado di cogliere l’essenziale con il cuore. Scrive Dostojevskij ne “I fratelli Karamazov”: “Qualche bello spirito, magari dirà che anche il bambino crescerà e avrà il tempo di peccare; ma lui, quel bambino di otto anni sbranato dai cani, non era ancora cresciuto”.
Francesco Bonicelli