Negli anni Trenta, Lord Winston Churchill, che, sebbene già alle soglie della vecchiaia, doveva ancora raggiungere il picco della sua vita, con il leggendario discorso alle Camere e ciò che ne conseguì, lucido e profetico diceva: “Quasi nulla di ciò che io sono stato educato a ritenere vitale e permanente, quasi nulla di tutto questo è rimasto in piedi. Tutto ciò che ritenevo impossibile, e che ero stato educato a ritenere impossibile, ebbene, tutto questo è accaduto”. La Prima Guerra Mondiale aveva infatti disilluso la sua generazione dai rosei sogni della Belle Epoque e aveva spazzato via le prospettive ottimistiche dell’Era Vittoriana. Con quelle poche parole, il futuro Primo Ministro, si riferiva certo all’ormai imminente crollo di buona parte dell’Impero Britannico, al crollo già avvenuto degli altri imperi europei di riferimento (quello Asburgico ad esempio, caposaldo dell’illuminata e dolce civiltà mitteleuropea), ma anche alla allora recente ascesa di Adolf Hitler e del suo (dapprima piccolissimo) Partito Nazista allo scranno del potere nella Germania post-imperiale, alla fine di ogni speranza riposta dalle Democrazie Occidentali nella neo-nata e fragile Repubblica di Weimar, e non poteva non riferirsi all’ascesa di Iosif Stalin e del comunismo più rigido, intollerante, fanatico in Russia, dopo la morte di Lenin, destinata a rimanere avvolta nel mistero.
Le istanze più liberali e social-democratiche sembravano davvero aver fallito, infatti il potere popolare, in molti casi, non aveva fruttato altro che il sovvertimento delle regole, delle tradizioni, dei savi e collaudati costumi costituzionali e parlamentari, che, forse sia nel bene sia nel male, avevano tuttavia fino ad allora conservato e tutelato una qual certa idea tutta occidentale, cristiano-platonica, di umanità. Le masse avevano detto “sì” all’unisono ai loro demagoghi, un sì impersonale, raggelante, carico di superstizioni, pregiudizi, odi accumulati nei secoli e indirizzati da “rivoluzionari di professione” contro le categorie ad essi “ostili”. Successe in Russia, in Italia, in Germania, nell’Europa Centro-orientale, nei Balcani, tutte realtà uscite profondamente provate dalla Grande Guerra e dalle direttive del poco lungimirante Presidente statunitense Woodrow Wilson, realizzate nel Trattato di Versailles del 1919, che di fatto sfavorirono un po’ tutti e furono motivo di impensabili inasprimenti di inimicizie.
Profanati gli antichi valori, la strada al Totalitarismo (davvero infatti tutti i totalitarismi si potrebbero raggrumare in un unico macro-concetto, come esposto da Hannah Arendt nel trattato “Sui totalitarismi”), in tutte le sue forme, era spianata. Del resto, secondo alcuni storici, la Prima Guerra Mondiale, ne fu senz’altro un preludio, con il suo impegno univoco massificato e totale che coinvolse tutti i paesi interessati nella loro interezza.
Dice la Arendt nelle sue “Lezioni di filosofia morale”: “fu allora che ci accorgemmo del significato originale, etimologico della parola morale, proveniente dal latino mores, che significa semplicemente usi o costumi, usi o costumi che si possono cambiare all’improvviso senza troppi problemi, così come si possono cambiare da un giorno all’altro le nostre abitudini a tavola”. L’Europa piombava in un incubo senza precedenti, o forse, come mettono in luce le parole della Arendt, semplicemente si risvegliava da un sogno, tornava alla realtà, nella quale alla luce, gli “uomini comuni”, avevano preferito, consapevolmente o no, le tenebre.
Per Kant, che, come tutti gli uomini vissuti prima del Novecento, godeva ancora di una qual certa “originaria innocenza” (malgrado tutto ciò che gli uomini avevano già combinato prima della sua nascita), “se la giustizia perisce, allora non ha più senso la vita umana sulla terra”. Eppure la “vita umana” sopravvisse anche al totale collasso delle norme morali “kantiane”, fino ad allora vigenti nella vita pubblica e privata.
Tutti ne condividono in qualche modo la “colpa”, una “colpa metafisica”, di cui parla Karl Jaspers nel saggio “La questione della colpa”. Una colpa che è essenzialmente senso di solidarietà umana, che fa sì che ognuno si senta in qualche modo corresponsabile per tutte le ingiustizie e i torti che si verificano nel mondo e contro i quali non si fa tutto il possibile per impedirli; il fatto stesso di sopravvivere è da alcuni avvertito come “colpa” incancellabile, in un senso che non può essere adeguatamente compreso da un punto di vista giuridico, politico o morale. Esso si legge negli occhi persi e irreversibilmente addolorati del macchinista dei treni di Treblinka, Gawkowski, nel film di Claude Lanzman, un omino consumato e tutto curvo, macchinista per fame, ubriaco di vodka per riuscire a non fare più caso alle urla delle donne, dei vecchi e dei bambini nei vagoni che trascinava verso la morte.
Allora la domanda non è più: “era un ingranaggio grande o piccolo?”, bensì “perché ha acconsentito a diventare un ingranaggio?”. Infatti in tale contesto diventa fondamentale il ruolo dell’individuo singolo, che, apparentemente nullificato dal “potere di massa”, dall’onnipotente “Volksgeist”, dice anticonformisticamente “no!”. Egli infatti resta inevitabilmente responsabile delle proprie scelte, in quanto dotato di intelletto autonomo. Le scelte dell’individuo, un microbo di fronte al sistema e ad un popolo religiosamente indottrinato, diventano infatti di un peso incredibile. Non tutti, è ovvio, pure Jaspers conviene, possono riuscire a sobbarcarsi un tale peso, pur non essendo, s’intende, moralmente, né politicamente colpevoli criminali. Ciò è inscritto nella natura umana, nella sua fallibilità e fragilità. Un pugno di individui, però, possono in ogni caso fare realmente la differenza e ri-nobilitare il genere umano, fare in modo che esso continui ad avere un “senso”, per dirla con Kant. Questi ultimi sono i Giusti, coloro che, come le stelle nella buia arcata celeste, sono disseminati nella storia umana e nei suoi momenti più bassi e tetri, nel Novecento ad esempio, quando agli abissi più profondi e tragici c’è bisogno della risposta di un faro da seguire, nella cui scia luminosa tornare a camminare.
Sebbene non disertarono completamente la barbarie, forse non poterono, scelsero comunque di essere giusti i 3 soldati tedeschi del Battaglione 101, nel Governatorato di Lublino, che fecero vera e propria “obiezione di coscienza” dichiarando formalmente di non voler prendere parte ai plotoni di esecuzione. Suddetto battaglione poliziesco infatti, reclutato fra operai, impiegati, commercianti, artigiani, per estrema necessità, si costituiva di circa 500 unità e si macchiò, a partire dal massacro di Jozefow del 13 luglio 1942, dello sterminio di circa 83 mila ebrei (donne, vecchi e bambini, gli uomini adulti venivano più spesso inviati ai campi), “ordinaria crudeltà”, la definisce efficacemente Christopher Browning. Sebbene potessero tutti legittimamente fare obiezione di coscienza alle attività di rastrellamento nei villaggi conquistati, ci furono soltanto tre casi di obiezione. Infatti il problema fu proprio quello dell’annullamento delle coscienze, e il male, senza che quasi l’Europa se ne potesse accorgere, diventò “banale”, insinuandosi in ogni meandro della psiche umana, avvolgendola e penetrandola, per i vari Eichman, per i ragazzi del Battaglione 101, per molti altri comuni aguzzini annidati nella quotidianità, criminali della porta accanto.
“Disgraziatamente, in Europa, si è, ancora, molto più sensibili ai delitti contro il corpo che ai delitti contro la coscienza. La pubblica opinione è assai più impressionata oggi, dalle brutalità delle truppe hitleriane, di quel che sarà, fra qualche tempo, dalle violenze morali di cui soffrirà legalmente il popolo tedesco. Il giorno in cui Hitler avrà imposto alla Germania il suo ordine e la sua legalità, anche i bambini tedeschi non saranno che dei poveri esseri tristi e tormentati, già rassegnati a un’esistenza di schiavitù e d’infelicità: delle piccole spie piene di paure e di rimorsi”, scriveva il “profeta” Curzio Malaparte all’alba dell’Olocausto. Nel Terzo Reich, come in Unione Sovietica, intere generazioni di bambini, strappati alla bontà ingenua dell’infanzia, furono cresciute ad un solo ed unico scopo: l’affermazione della propria razza/classe sociale, l’odio e l’annientamento dell’avversario: l’ebreo/il “capitalista”, senza “se” e senza “ma”, nel manicheismo più assoluto, come prodotti di un’efficiente catena di montaggio, scatole piene di falsi insegnamenti, del tutto prive del filtro della coscienza individuale.
“Warum?” “Hier ist kein warum!”, rispose qualcuno a Primo Levi ad Auschwitz. “Qui non c’è perché”, è la risposta che molto probabilmente ciascuno di noi potrebbe darsi. Se non fosse che pure la scelta etica giusta, che molti compirono in quegli anni, era del tutto scevra da razionali “perché”.
Oskar Schindler, un imprenditore cecoslovacco, donnaiolo, filo-nazista, avventuriero, un uomo spensierato che si godeva la sua vita piena di gioie e soddisfazioni, dopo aver assistito, con i suoi stessi occhi, al rastrellamento del ghetto di Cracovia nel ’42, salvò ben 1200 ebrei dagli orrori di Plaszow impiegandoli nella sua azienda. Giorgio Perlasca, padovano, fascista della prima ora, volontario in Africa Orientale e poi in Spagna nelle milizie di Franco, proprio grazie a un suo vecchio documento di congedo, si rifugiò all’Ambasciata Spagnola di Budapest dopo l’8 settembre 1943. Ivi, quando l’ambasciatore se ne andò, continuò ad alloggiare e sfamare ebrei in case protette da extra-territorialità, controllate dall’Ambasciata, fingendosi egli stesso rappresentante ufficiale della Spagna (a rischio della sua stessa vita). Ciò poté essere fatto grazie ad una legge voluta nel ’24 da Miguel Primo de Rivera, grazie alla quale, a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita (scacciati dalla Spagna nel lontano 1492), poteva essere riconosciuta la cittadinanza spagnola. Grazie ad essa e alla buona volontà di Perlasca, vennero salvati 5000 ebrei magiari. Lo stesso fecero coraggiosamente anche le Ambasciate di Svezia, Svizzera, Portogallo, tutte nazioni non coinvolte nel conflitto.
Una vicenda che invece fa quasi eco a “L’amico ritrovato” di Uhlman, è quella del celebre filosofo Cioran, in gioventù aderente al movimento rumeno del filo-nazista Codreanu (La Guardia di Ferro), che andò a cercare l’amico ebreo Fondane (dimenticato allievo del grande esistenzialista ebreo ucraino Lev Sestov) ad Auschwitz, quando questo là fu deportato e morì.
Dio, che può anche essere interpretato, in una delle sue più alte accezioni, come intimo ed irrazionale impulso a scegliere il Giusto, ad assumersi le proprie responsabilità, a costo della propria incolumità, talvolta davvero “irrompe” inspiegabilmente nel cuore dell’uomo. Irrompe nel male. Proprio il verbo “irrompere” usa il teologo Karl Barth, promotore della cosiddetta “Kierkegaard renaissance”, uno dei pochi cristiani del dissenso, che, quando la chiesa luterana, alla quasi totale unanimità, si inginocchiò al cospetto di Hitler, definendolo “uomo inviato da Dio”, scelse la via dell’esilio volontario in Svizzera. Altri religiosi diedero il loro contributo al salvataggio di numerosi ebrei, non ultimo il Nunzio Apostolico a Budapest, mons. Angelo Rotta, il quale, oltre a coprire Giorgio Perlasca, fornì documenti per circa 19000 ebrei ungheresi, o le suore dell’Addolorata in via Faentina a Firenze o quelle di Nostra Signora di Sion o di Santa Brigida a Roma (e molti altri, “piccoli e grandi” casi citati nel volume “I Giusti d’Italia”, edito da Mondadori) o, ancora, la Basilica di San Bartolomeo all’Isola (sull’Isola Tiberina), dove furono nascosti circa 400 ebrei. Alcuni arrivarono pure all’estremo sacrificio, al martirio, come la filosofa carmelitana Edith Stein o padre Massimiliano Kolbe, il quale scelse di morire al posto di un padre di famiglia, auto-denunciandosi.
Numerosi impiegati d’anagrafe pure compirono azioni di fondamentale importanza (come il varesino Calogero Marrone, morto a Dachau), segretari comunali, ma anche umili contadini, gente qualunque, gli stessi insomma che avrebbero potuto, più agevolmente, scegliere di far parte di uno dei tanti Battaglioni 101. Anche l’Esercito Italiano, nei martoriati territori d’Istria e Dalmazia, aiutò a fuggire, in non pochi casi, ebrei dai territori limitrofi occupati dai tedeschi. Del resto la DELASEM, organizzazione fondata dall’avvocato ebreo genovese Valobra, fu stranamente autorizzata a continuare ad operare, dal Governo fascista, fino all’avvento della Repubblica di Salò (il periodo più buio, di retate, eccidi e deportazioni, nel quale persero la vita oltre seimila ebrei italiani). La DELASEM supportò la fuga in Svizzera e concesse aiuti umanitari a moltissimi ebrei italiani e stranieri, e continuò ad operare anche in clandestinità, grazie all’aiuto di numerosi non-ebrei (fra i quali il cardinal Boetto), e si poté pure avvalere della rapida bicicletta di Gino Bartali, nella cui canna, quest’ultimo, portava nascosti documenti falsi per fuggitivi ebrei, coprendo anche lunghe distanze. Lo stesso futurista e spudorato avanguardista Filippo Tommaso Marinetti, cadde infatti in disgrazia presso Mussolini, osò denunciare pubblicamente le Leggi razziali del ’38.
Mentre Heidegger, in Germania, in un disperato tentativo di “arianizzare” la cultura tedesca impregnata di cultura giudaica (che poi da vecchio definirà freddamente “sbaglio di gioventù”), di fatto abbruttendola, esautorava dall’Università il suo vecchio maestro Husserl e costringeva all’esilio l’amante Hannah Arendt, Karl Jaspers, suo ex compagno di studi, cristiano, rinunciava alla cattedra per rimanere con sua moglie, di origine ebraica.
Non mancarono neppure i capi di stato coraggiosi, infatti allo squallore del norvegese Quisling, rimasto proverbiale per la sua vigliaccheria, compensò il coraggio del cancelliere socialdemocratico austriaco Kurt Alois von Schuschnigg, il quale accettò di essere incarcerato, torturato, seviziato dalle SS e deportato a Dachau, dopo l’Anschluss, senza fuggire né arrendersi, rimanendo a difendere fino all’ultimo l’indipendenza, la legalità e la democrazia nel suo Paese. Il ministro antifascista bulgaro Nikolaj Petkov, invece, fu internato dai nazisti e poi condannato a morte dai “liberatori sovietici” nel ’47. Stessa posizione mantenne il più fortunato Feldmaresciallo finnico Carl Gustav Mannerheim, che con il suo piccolo esercito riuscì a proteggere la Finlandia dall’invasione sovietica prima, senza mai scendere a compromessi con Hitler (il quale implorava l’intervento finlandese a Leningrado), e poi scacciando le truppe tedesche dal suolo patrio nel novembre ’44.
Anche nello stesso Reich tedesco, la posizione di buona parte delle alte sfere militari fu sempre scettica, se non apertamente ostile, verso il nazismo. Von Hindemburg, eroico condottiero dell’esercito prussiano sul fonte orientale nella Prima Guerra Mondiale, in veste di Presidente della Repubblica, si rifiutò di affidare il cancellierato e la creazione di un governo a Hitler fino al ’32, quando ormai nazisti e comunisti di fatto controllavano il Reichstag e la situazione era diventata ingestibile. Probabilmente per senso democratico si rifiutò di sostenere il colpo di mano progettato dal generale von Schleicher (che sarà poi fra le vittime della “Notte dei lunghi coltelli” il 30 giugno 1934) vicino ai socialdemocratici. Lo stesso generale Groener, l’allora Ministro degli Interni, si era impegnato per arginare il nazismo mettendo al bando le SA, ma fu costretto a ritirarsi a vita privata. Von Lettow-Vorbeck, dal suo esilio volontario dalla vita pubblica, dopo la sua gloriosa missione in Tanganica durante la Grande Guerra, dichiarò più volte pubblicamente che l’adesione al nazismo gli era “anatomicamente” impossibile, ragionavano così anche von Rundstedt e molti altri. Il grande Ammiraglio Canaris, capo dello spionaggio tedesco (Abwehr), dopo aver assistito all’incendio della sinagoga di Bedzin e all’eccidio dei residenti ebrei della città, nel ’39, diventò informatore dei servizi segreti degli Alleati, organizzatore del colpo di stato contro Hitler e morì nel lager di Flossenburg nel ’45. Hitler fra l’altro non nutrì mai, consapevole delle antipatie che suscitava fra di loro, un gran rispetto nei confronti dei grandi generali del vecchio esercito prussiano. Nel ’38, ad esempio, costrinse von Fritsch e von Blomberg, riorganizzatori della Wehrmacht, alle dimissioni, a causa di loro giudizi contrari all’abolizione delle libertà civili, ufficialmente accusati dal cattolico Himmler, l’uno di omosessualità, l’altro di aver avuto rapporti con una prostituta. Nel 1944, Hitler, dà il definitivo colpo di grazia al suo esercito esautorando, a marzo, von Kleist e von Manstein (che gli erano ormai da tempo apertamente ostili), e, dopo l’attentato del 20 luglio (il decimo contro di lui), facendo, di fatto, sterminare senza pietà decine di ufficiali, del calibro di von Stauffenberg e Rommel, oltre a innumerevoli liberi professionisti, docenti, sindacalisti che avevano preso parte al progetto di sovvertimento del Terzo Reich.
I vertici dell’esercito polacco, pure, organizzarono un’importante rete internazionale di resistenza ai nazisti prima, e ai comunisti poi, come nel caso di Jan Karski e Witold Pilecki, organizzatore della resistenza nel lager di Auschwitz-Birkenau, poi fucilato a Varsavia nel ’48 dai comunisti.
Talvolta interi paesi scelsero all’unanimità di essere Giusti, come nel caso della Danimarca, dove il re Cristiano X salvò dalla deportazione l’intera popolazione di origine ebraica presente nel suo paese, che contava all’epoca poche migliaia di individui, grazie all’aiuto del suo popolo fiducioso, che senza mai piegarsi veramente all’invasore, continuò per tutta la durata dell’occupazione tedesca a portare un piccolo bottone quadrato con l’insegna del Re, a testimonianza del loro patriottismo e della loro silenziosa ma tenace resistenza al nazismo.
Giusto è quindi colui che fa una scelta che, per quanto minima, si rivelerà storicamente essenziale per la “sconfitta del Male”, colui che la compie, anche quando essa è la più improbabile, irrealizzabile, irrazionale di tutte, anche quando essa va contro i nostri principi, poiché difesa dei diritti umani significa pure diritto ad essere “diversi”, così come la libertà si può veramente affermare solo quando anche la libertà di “pensarla diversamente” viene garantita, come affermato da Voltaire, tre secoli fa, e da Rosa Luxemburg più recentemente.
Certamente non agì “razionalmente” Trockij, quando nel ’26 denunciò i crimini della polizia segreta russa, “molto simili a quelli nazisti”, pagando con l’esilio, questa ed alcune altre coraggiose affermazioni pubbliche, e infine con la morte, assassinato nel 1940. Non furono da meno i menscevichi Kamenev e Zinov’ev, quando nel ’17 decisero, per il bene comune (del resto il nuovo capo del governo Kerenskij avrebbe forse potuto democraticamente trasformare in stato socialista la neo-nata repubblica russa, senza ricorrere alla Rivoluzione bolscevica), denunciarono alla stampa i progetti segreti dei bolscevichi, invitando i cittadini a non prendere parte alle loro azioni violente e mettendosi quindi in una posizione di forte rischio di rappresaglia, nei loro confronti, da parte dei “compagni”. I due, dopo alterne vicende, saranno fra le prime vittime delle purghe staliniane del ’36. Simile sorte toccò a Varlam Salamov, autore dei “Racconti di Kolyma”, docente di Diritto Sovietico, aderì a un gruppo trotzkista universitario e nel ’29 rese pubblico un rapporto segretissimo, stilato da Lenin, sul conto di Stalin (il cosiddetto “Testamento di Lenin”). Venne arrestato e condannato ai lavori forzati fino al ’31, poi nuovamente dal ’37 al ’53, riabilitato solo nel ’56. Continuò fino alla morte (nel 1987) a far circolare clandestinamente all’estero suoi testi di denuncia contro il regime sovietico. Nel ’22 oltre 160 intellettuali non allineati, come il filosofo esistenzialista Nikolaj Berdjaev, spiriti liberi che mai avrebbero potuto rinunciare alla propria coscienza per il solo “vantaggio” dello Stato, vennero costretti all’esilio. Alcuni, come fra l’altro lo stesso Berdjaev, avevano un passato anti-zarista. Prima “blasfemi” poiché in disaccordo con il fanatismo religioso dell’epoca zarista, ora perché alieni alla neo-religione imposta dal comunismo sovietico. Andò peggio a molti altri perseguitati in seguito, fra i quali innumerevoli sacerdoti, come Pavel Florenskij, oramai finalmente riconosciuto come genio indiscusso del Novecento, internato nel primo gulag delle isole Solovki (nel Mar Bianco), nel ’33, e poi fucilato nel ’37, filosofo, matematico, fisico, fra l’altro padre di Kirill Florenskij, noto astronomo e geologo, cui dedicò innumerevoli lettere dal gulag. La sua storia fu scoperta e restituita al mondo solo nel 1991, all’apertura degli archivi del KGB.
Spesso la posizione delle stesse Democrazie Occidentali, che avrebbero dovuto ergersi a garanti dei diritti umani nel mondo, fu sovente imbarazzante nei confronti del Totalitarismo. Fu Jan Masaryk, che poi sarà vittima della terza defenestrazione di Praga nel ‘48 (figlio di Tomas Masaryk, fondatore della Cecoslovacchia repubblicana), nel ’38 ancora ambasciatore a Londra, a pronunciare la celebre frase: “Se avete sacrificato la mia patria per mantenere la pace nel mondo, sarò il primo ad applaudirvi. Ma se non raggiungerete lo scopo, signori, che Dio salvi le vostre anime!”. Lord Chamberlain e Lord Halifax, rispettivamente Primo Ministro e Ministro degli Esteri inglesi, gli avevano appena comunicato ufficialmente che il suo Paese non avrebbe partecipato alla Conferenza di Monaco, sede presso la quale si sarebbero discusse proprio le sorti cecoslovacche, ormai in balìa del Terzo Reich, che Gran Bretagna e Francia stavano ormai cercando di accontentare in tutto. Quando il diplomatico sovietico Viktor Kravchenko chiese asilo politico agli Stati Uniti nel ’43, iniziò a comporre le sue monumentali memorie, date alle stampe nel ’48: “Ho scelto la Libertà”. In esse denunciava la disastrosa politica economica della collettivizzazione forzata e della carestia programmata in Ucraina, denunciava lo sfruttamento massiccio del lavoro forzato imposto ai detenuti politici dei gulag e descriveva minuziosamente la paranoica burocrazia sovietica della quale aveva fatto parte, i suoi privilegi e le sue contraddizioni, ma sottolineava anche con puntualità il fatto che sostanzialmente gli stessi Stati Uniti avevano accolto di buon grado la deposizione dello zar in Russia, e conseguente instaurazione della Repubblica nel ’17, ma erano rimasti poi ciechi di fronte al nuovo “zarismo” imposto dal regime sovietico al popolo russo. Le denunce di Kravchenko suscitarono forte scalpore. La stampa comunista internazionale lo tacciò di essere un millantatore, particolarmente pesanti furono le accuse del settimanale del Partito Comunista Francese, “Les Lettres Françaises”, che Kravchenko querelò. Ebbe così luogo, nel ’49, il “processo del secolo”. Il regime sovietico mobilitò diversi ex colleghi dell’autore e la sua ex moglie, mentre egli si preoccupò di raccogliere rifugiati politici sopravissuti ai campi di prigionia sovietici, fra i quali la signora Neumann, vedova del fondatore del Partito Comunista Tedesco, che con la sua testimonianza precedette in qualche modo le tesi arendtiane, affermando la sostanziale inquietante somiglianza fra regime nazista e regime sovietico, storicamente confermata nel modo più evidente dal Patto Molotov-Ribbentrop del ’39.
Altra testimonianza fondamentale, a proposito della “burocrazia senza cuore che ostacola lo sviluppo della persona” e delle politiche repressive sovietiche, fu l’opera del saggista e giornalista polacco K. S. Karol: “Solik. Peripezie di un giovane polacco nella Russia in guerra”. Scappato in Russia dai nazisti e poi internato anch’egli nel gulag, dopo aver militato nell’Armata Rossa, egli racconta della madre socialdemocratica (dalla quale traggo la suddetta citazione sulla burocrazia sovietica), dei sentimenti dei polacchi e degli ucraini squarciati fra le brame naziste e quelle sovietiche. “A L’vov la gente spariva. Una repressione selettiva e sistematica che colpiva sia coloro che erano stati ricchi sia i militanti di sinistra. Il nuovo regime mostrava le unghie e i denti perché non trovava consenso da nessuna parte, non aveva “base sociale”. Gli ucraini e i bielorussi, perlopiù contadini che in teoria avrebbero dovuto bramare l’avvento della patria sovietica, non ardevano affatto per la collettivizzazione delle terre. Quanto alla popolazione polacca, ammesso che il partito comunista avesse potuto contare, Stalin l’aveva sciolto nel ’38, sterminandone i quadri in una di quelle notti sovietiche di San Bartolomeo, di cui neppure si conosce la data esatta”. Nell’Armata Rossa conoscerà la bella soldatessa Nievka, che poi dovrà abbandonare fuggendo dall’avanzata tedesca, una ragazza apparentemente forte e integrata nel sistema, ma in realtà fragile e dolce, deprivata dell’infanzia e della gioventù dalla Rivoluzione, che vuole che il suo tenero ragazzo polacco le racconti fiabe prima di addormentarsi. Si sposerà poi con la cosacca Klava, con lei vivrà in una casetta di poche decine di metri quadri, condivisa con i suoceri. Dovrà infine abbandonare tutti i suoi cari per fuggire nuovamente, questa volta proprio dalla Russia, e chiedere asilo politico in Francia.
Ecco chi è anche il Giusto: “Chi con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti”, questo fu il motivo pronunciato al conferimento del Premio Nobel ad un altro polacco: Czeslaw Milosz, nel 1980.
Si tratta dell’importanza di raccontare, tener vive le vittime e raccogliere le loro esperienze per donarle alla Storia e ai posteri, come si propongono di fare le monumentali opere storiografiche di Lanzmann, il film-documentario “Shoah”, e l’”Arcipelago Gulag” di Solzenicyn (cui qualcuno obiettò che la Storia “non ha bisogno di passato”! magari fosse vero!), oppure il signor Frank che trascorse i suoi anni a raccontare al mondo la triste vicenda di sua figlia Anna. L’importanza dell’essere testimoni, resistenti morali, anche qualora le circostanze ci abbiano allontanati forzosamente dalla Patria, dai nostri cari e ci costringano a tendere i palmi impotenti verso un luoghi lontani o verso il Cielo. Ma il Giusto è pure colui che si trova “invischiato” in qualche situazione in cui non dovrebbe trovarsi, o lontana dalla sua realtà, eppure sente ugualmente il dovere di testimoniare ciò che vede, per quanto non lo riguardi direttamente, come accadde nella Budapest in rivolta del ’56 a Indro Montanelli. Da quest’esperienza, fondamentale nella sua vita e nella sua attività giornalistica, trae uno sceneggiato e un testo storiografico: “La sublime pazzia della rivolta”, toccato dal gesto “folle” di migliaia di giovani magiari che si buttano contro i carri armati in moto, si lasciano arrestare, uccidere, seviziare e deportare come martiri, sconvolto dal senso di dovere del Capo del governo ungherese Imre Nagy, che, sebbene comunista sovietico, accetta il volere del suo popolo e per esso decide di andare incontro alla condanna a morte. Frattanto, in Italia, alcuni parlamentari comunisti plaudono all’arrivo dei carri russi nella capitale magiara ed altri ancora, alla luce di ciò, decidono di chiudere con l’avventura comunista, come Italo Calvino e Ignazio Silone, il quale addirittura definirà le parole di Togliatti: “di una volgarità e un’insolenza che la lingua italiana non aveva più conosciute dalla caduta del fascismo”.
Così come i modi di essere Giusti sono molteplici, pure le reazioni dei Giusti sono le più varie. Come già a suo tempo teorizzato dall’anarchico intellettuale piemontese Vittorio Alfieri, “irato a’ patrii numi”, non si possono trovare che tre soluzioni all’anelito verso la Libertà: tirannicidio, auto-esilio, suicidio. Il suicidio è l’atto attraverso il quale l’ideale viene sublimato, immortalato nella Storia puro e intatto, impresso nelle menti di chi ne è spettatore. Ne fu fulgido esempio Jan Palach, storico eroe della resistenza ceca, come reazione all’invasione sovietica successiva alla Primavera di Praga del ’68, il quale si diede fuoco in piazza san Venceslao, sull’esempio dei monaci buddhisti vietnamiti, nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969. Palach era uno studente di filosofia all’Università Carlo di Praga, dove insegnò pure il grande interprete del pensiero fenomenologico novecentesco Jan Patocka, altrimenti detto “Socrate praghese”. Portavoce prestigioso del movimento “Charta 77”, in prima linea con il futuro Presidente ceco Vaclav Havel e il drammaturgo Pavel Kohout (oltre ad altri 247 cittadini comuni, di varia estrazione sociale), Patocka, descriveva i firmatari della carta, come “unione aperta e informale di persone unite dalla volontà di perseguire individualmente e collettivamente il rispetto per i diritti umani e civili”. Un “documento abusivo e antistatale” per i sovietici, i cui firmatari vengono definiti “agenti dell’imperialismo” e immediatamente fermati e perseguitati. Patocka si consegnerà alle autorità come Socrate, subirà estenuanti interrogatori e morirà sotto le torture, dimostrando ancora una volta l’importanza dell’attività del vero intellettuale socratico, colui che provoca, sprona alla strada verso la Verità, dalla quale, una volta intrapresa, non si può più tornare indietro, e stimola il confronto con gli altri portando la società civile a fare le sue scelte responsabili, a riscoprire la propria Coscienza, colui che consapevole accetta di sacrificarsi per l’Umanità, senza per forza pretendere di poter dare l’esempio ed essere seguito, ma semplicemente per lasciare alla Storia il segreto del coraggio, l’eroismo di portare fino in fondo la propria “missione” di Giusto, anche lontano dai riflettori della cronaca. Del resto la voce dei Giusti è spesso, quasi sempre, inascoltata come la voce della Cassandra eschilea. Le profezie, che colpiscono la parte più profonda di noi, spesso infastidiscono, ci mettono paura. Rinunciamo ad ascoltare quegli appelli, poiché sovente è più comodo passare per scorciatoie, se non compiere la scelta sbagliata o addirittura non porsi neppure il problema (il che è evidentemente una forzatura, essendo la natura umana intrinsecamente “problematizzante”) e “tapparsi le orecchie”.
Come nessuno prestò orecchio all’appello disperato di Nagy e di tutti gli ungheresi alle Democrazie Occidentali, le quali, per tenere d’occhio i loro interessi nel Canale di Suez, fecero finta di rimanere sorde a quelle sincere preghiere. Così accadde il 13 agosto 1961, a Berlino, quando il sindaco dell’SPD, Willy Brandt (partigiano anti-nazista in Norvegia durante la guerra), assistendo impotente alla cortina che stava calando fra i suoi concittadini occidentali e quelli della parte orientale, chiese insistentemente al comando degli Alleati come intendesse intervenire, accogliendo per tutta risposta solo un imbarazzato silenzio. Pretendeva che almeno si mandassero pattuglie alle frontiere fra i settori, per rassicurare i berlinesi dell’ovest che non erano in pericolo. Niente. Brandt si troverà solo e abbandonato, in quei giorni di terrore, come spesso capita a chi sceglie di essere fra i Giusti: solo rimarrà accanto ai suoi concittadini delusi dall’Occidente e manderà un asciutto e puntuale messaggio di rimprovero al Presidente USA J. F. Kennedy, sottolineando che “la mancanza di iniziative e attività di difesa della popolazione inerme”, “l’inattività potrebbe portare ad una eccessiva sicurezza di sé da parte del regime di Berlino Est”. Si appella poi ai dirigenti, militari e funzionari della DDR: “Non lasciatevi trasformare in farabutti! Mostrate un atteggiamento umano, ovunque possibile, e soprattutto non sparate sui vostri connazionali!”. Tutto avverrà come da copione, non un ingranaggio dell’operazione volta a dividere parenti, amici, concittadini fra Est e Ovest, verrà meno. Da allora sulla frontiera si farà sul serio, si sparerà per uccidere, come nell’agosto 1962, quando due giovani muratori tentano la fuga. Uno dei due ce la fa, l’altro, Peter Fechter, appena diciottenne, no: colpito alla schiena e al ventre, rimane sdraiato sotto il muro dalla parte orientale per circa un’ora prima di morire. Le guardie della DDR non mostrano la minima intenzione di soccorrerlo, mentre quelle occidentali non possono raggiungere Fechter, che morente chiede un disperato aiuto, riescono solo a buttargli oltre la recinzione qualcosa per la prima medicazione. Nemmeno i soldati americani in servizio al vicino Checkpoint Charlie si azzardano ad entrare nel territorio di Berlino Est. I cittadini presenti assistono impotenti alla vicenda, insultando le guardie orientali e chiedendo, inascoltati, ai soldati americani di fare qualcosa. Nessuno compì la scelta giusta e Peter Fechter morì agonizzante.
Davanti a spettacoli del genere calza a pennello ciò che ebbe a dire il pittore ebreo tedesco Max Liebermann, assistendo dalla sua finestra, in Alexander Platz, ad una della prime adunate in pompa magna delle SA: “Non riuscirò mai a mangiare tanto quanto mi verrebbe da vomitare”.
Certamente Giusti lo si sceglie di essere senza doppi fini, senza ricompensa (perlomeno terrena), lontani dalle luci della ribalta. Si compie quella determinata scelta in quel determinato momento non per calcolo razionale, bensì accettando il sacrificio di una certezza, di un possesso, di una posizione felice, della vita stessa, razionalmente parlando è più ciò che si perde che ciò che si guadagna, poi la vita fa il suo corso. Scrisse Bohumil Hrabal: “Il mio amico Jarulinek (professor Jaroslav Kladiva), quello che ha condotto e tenuto il discorso funebre sulla bara di Palach, Jarulinek, per aver tenuto il discorso funebre su Palach, il cielo l’ha ripagato facendolo morire di cancro fra atroci agonie”, e ancora scrive: “se ne avessi la forza mi comprerei una tanica di benzina e mi darei fuoco anch’io, ma ho paura, non sono coraggioso”. Tanto coraggioso da non esserlo, B. Hrabal, acuto descrittore della politica anti-culturale e dis-educativa svolta dalla burocrazia sovietica nei Paesi dell’Est (“vidi come venne nel sole una maestra accompagnando un gruppo di scolari, vidi come la maestra prese un libro, richiamò l’attenzione dei bambini e poi mostrò il processo di strappamento in modo che i bambini lo comprendessero, e i bambini sì, uno dopo l’altro, prendevano un libro”, da “Una solitudine troppo rumorosa”), vissuto “sepolto vivo” per quasi sessant’anni della sua vita, a Praga, prima fuggendo dai nazisti e poi costretto a vivere nella clandestinità, come del resto le sue opere, condannato dalla censura comunista, impersonifica la precarietà del XX secolo. Costretto a sopravvivere di lavoretti di fortuna, i più improbabili, facendo il più delle volte la fame, fu tenuto in vita dalla scrittura, dai suoi personaggi surreali e dalle loro vicende rielaborate dalla lettura appassionata dei grandi Kafka e Hasek, nonché dalla vita quotidiana dei piccoli uomini praghesi qualunque, passati attraverso tutte le grandi miserie del Novecento senza che nessuno si sia accorto di loro. Il 3 febbraio 1997, cadde dalla finestra della camera d’ospedale ove era ricoverato, nutrendo dei colombi sul davanzale, ma per Susanna Roth non fu “un incidente occorso a un vecchio rimbambito”. Con Hrabal, saggio e appartato osservatore, a volte un po’ brillo, del Novecento e delle sue sciagure, tutto un secolo di calamità si butta dalla finestra e in un attimo soccombe. Di un altro “grande sommerso”, Bruno Schulz, Hrabal disse: “un patrono che custodiva l’intangibilità e il segreto dell’arte”. Se si cerca in una storia della letteratura, fra le più complete, vi si cercherà invano il nome di costui, eppure, Schulz, umile ebreo galiziano, autore di racconti, critico e grande disegnatore, ha lasciato davvero un segno indelebile nella letteratura e nell’arte europee. Ucciso in mezzo alla strada, nella sua cittadina di Drohobycz, nel ’42, da un SS, per saldare un contenzioso fra quest’ultimo ed un suo amico SS che si era preso il “prezioso” Schulz a casa per farsi ridipingere le decorazioni alle pareti.
S. Y. Agnon, un altro novelliere ebreo di origini galiziane, Premio Nobel per la Letteratura nel ’66, dedicò una delle sue novelle ad Azriel Moshe, personaggio folclorico ebraico, il quale, preso in giro dai suoi compagni poiché non sapeva nulla della Torah, umile e disperato implora Javè affinché gli insegni i nomi di tutti i profeti, poiché lui li vuole imprimere nella sua mente, uno ad uno, profondamente, non in superficie come i compagni che deridono la sua ignoranza. Così, compito di ogni uomo odierno non è tentare inutilmente di “fare la pace” con un recente passato troppo crudo per poter essere davvero “digerito”, bensì ricordare, riesumare, tenere a mente, imprimere a fuoco nella memoria, tutti i nomi dei nostri moderni profeti, ovunque la vita e la morte li abbiano condotti: i Giusti. Imparare da essi a non permettere la violenza su esseri umani innocenti, ad amare e difendere i nostri affetti più cari e i nostri valori liberali e democratici, il culto della pietas umana e del coraggio al servizio della Libertà, contro ogni rivendicazione del Totalitarismo ed ogni futuro pericolo di un suo ritorno, in qualsiasi parte del mondo attuale a noi strettamente coevo, come si potrebbe trarre spunto dall’attività svolta dal Console Onorario italiano, Pierantonio Costa, in Rwanda, nel 1994. Egli, con alle spalle una famiglia, riuscì a mettersi seriamente in gioco e salvare 2000 tutsi perseguitati dall’orrore di quei famigerati 100 giorni, a testimonianza del fatto che, se è vero che probabilmente la Storia non smetterà mai di fornire sciagure, è altrettanto fondato che non smetterà nemmeno di partorire Giusti, Eroi della Coscienza.
Scrisse Lev Trotsky poco prima di essere assassinato: “La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore”.